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Quitzow – Art College (Young Love, 2008)

C'è stato un periodo in cui l'indierock stava prendendo una piega strana, insperata all'epoca: nel sottobosco americano, con il miglioramento delle apparecchiature elettroniche e relativo abbattimento dei costi, fu sdoganato da Beck in tutto il mondo conosciuto un fiorente mercato di sonorità indietroniche. Intorno, o per meglio dire sotto, si mossero in tanti: sulle vituperate compilation della Up Records, finirono suoni che poi avrebbero aperto le porte a tanto del suono d'oggigiorno. I Land Of The Loops su tutti. Quitzow mi pare l'ultimo anello di questa catena di influenze, una portabandiera egregia del meglio uscito e giunto alle mie orecchie.
Ci troviamo di fronte ad un chillout elettronico a base di blande ritmiche hip hop miste a tastiere vintage come nella migliore tradizione di Money Mark. La voce di Erica, che scrive, arrangia e suona tutto, con l'aiuto di un po' di amici, non è per niente male: mai aggressiva nè eccessivamente scontata, riesce a portare l'ascoltatore in giro per i cavoli suoi, come nella miglior vena indierock. Quello che fa la differenza, o quantomeno il mio campanello di Pavlov per la drizzata d'orecchie e la certezza che sarà la mia la ciotola riempita, è l'uso magistrale di suoni come quello del rhodes semi distorto, pochi colpi come in Unripened Fruit, piuttosto che delle cutoffate di synth (Better Than Ever). I ritornelli si presentano bene, fornendo un gancio neanche troppo poco catchy alle richieste da radio.
Se saprà slegarsi un po' dalle sonorità non eccessivamente trendy, inglobando qualche trick del nuovo millennio, sentiremo ancora parlare di lei. Azzeccare il treno giusto di promozione web-based in America, per poter vivere di rendita pure qui.

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