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Punck – Piallassa (Red Desert Chronicles) (Boring Machine, 2008)

Adriano Zanni, al secolo Punck è artigiano di alta scuola e lo si diceva già nella recensione del “clash of the titans” con i Logoplasm, che abbiamo recensito qualche tempo fa, se vi foste persi quei due capolavori che ha dato alle stampe su Afe, Contr Alt Canc e Creative Sources o la collaborazione con i Logoplasm, questa potrebbe essere la volta buona. Per quanto mi riguarda credo di essere abbastanza una completista del lavoro di Zanni e vanto anche il mcd 3″ su S’agita e qualche pezzo su questa o quella raccolta.
Questa volta si tratta di un lavoro piuttosto anomalo per Punck, dato che parliamo di un concept su il Deserto Rosso di Antonioni (che non ho visto…però posso vantare di aver posseduto una figurina Panini di Antonioni della Fiorentina, spero che faccia radical chic pure questo Giorc!?…), l’anomalia del tutto non sta solo nel lavoro “ad hoc” ma nel fatto che Punck si sia immerso fino alla punta dei capelli nella melodia, tanto da sfoderare l’ospitata neppure troppo sporadica (per altro ottima) di Aldo Becca di Palustre. Tranquilli, potete star certi che qualche minchione che parli di drone-folk, free-folk o delle cazzate che vanno di moda questo mese lo troverete di sicuro, ma Zanni resta comunque Zanni e nonostante diversi strati di melodia sia di chitarra acustica che di drone, sfodera una serie di sibili morbidi e di field recordings oltre che dei campioni provenienti dal film originale. Punck ha sempre avuto il suo stile, anche nell’uso dei campionamenti, persino nelle comparsate di voce di Paolo Ippoliti ai tempi del primo full-length, per altro pur non essendo mai “cupo”, quel senso di desolazione caratteristico di molte sue produzioni non manca neanche in questo lavoro, quindi se parte quasi easy, finisce fra il desolante e il minimalismo ipnotico come lo si conosce. Sia chiaro che non si tratta di concept nella maniera in cui lo intendono molti gruppi, ovvero: metti una foto, scrivi che è ispirato a e “siamo tutti troppo artisti”, il gioco è fatto. Il lavoro ha più di un legame con il film di Antonioni se non fosse altro che l’area stessa in cui è sono state girate alcune scene non è troppo distante a quella dove Zanni vive e nel completare questo disco è come se avesse reinterpretato i luoghi. Proprio per questo, i luoghi decapitati degli attori, a corpo morto come la seggiola mezza sommersa della copertina, non possono che riportare lo spettro di ciò che è stato, in questo senso l’evolversi del lavoro di Punck dal melodico al desolante segue la sequenza realistica delle aree in cui la presenza di qualcuno è certificata solo da qualche segno. “There are no castles without ghosts.
And no spirits without hope. But nobody passes the test of time
” .

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