Futeisha – Dannato (Old Bicycle/ Brigadisco, 2014)

Sempre alla ricerca di nuove strade e con l’evidente esigenza di non farsi incasellare in un suono o in un ambito predefinito, la Old Bicycle si associa stavolta alla Brigadisco ed insieme estraggono dal cilindro l’esordio di Futeisha, a sua volta personaggio assolutamente immarcabile. Come puoi esserlo se sei un argentino, trapiantato a Torino passando per Kyoto e usi come nome d’arte quello di un società anarchica giapponese degli anni ’20?
A immagine e somiglianza dell’autore sono i dieci brani che occupano le due facciate di questo nastro: apolidi dello spazio e del tempo non si cristallizzano in un genere o in uno stile, ma vagano in cerca d’identità fra Parigi la Spagna e l’Oriente (o forse è solo un quartiere multietnico di qualche città europea?), tenendosi fortunatamente alla larga dall’etno-fake, più o meno cosciente, che va tanto di moda da queste parti (moda pure ritardataria, ma lasciamo perdere). Brani per lo più strumentali, chitarre acustiche o elettriche lamentose, un po’ di elettronica povera che sporca le tracce, percussioni etniche, voci soffocate e indolenti: sono elementi che ritroviamo spesso, ma che organizzato come sono qui fanno di Dannato un disco difficile da affrontare, nel suo esistenzialismo, nel senso di morte evocato in molti titoli e che traspira dalle canzoni, nell’idea di fallimento ineluttabile. Giusto per rendere l’idea, il brano che musicalmente appare più spensierato (almeno inizialmente), un minuto e mezzo di melodie acustiche e percussioni, si intitola Morte In Spiaggia. Il resto è Marceline, che oscilla fra folk depresso e impennate elettriche, la bellissima e triste Una Ma§ana, folk mediorientale per voci e rumori, la cantilena ossessiva di ®Como est† Carlos o la triste narrazione, su un giri di chitarra, basso e elettronica ripetuti, de Il Colore Verde. Avrei dovuto capire tutto solo guardando la copertina. Ma alla fine Dannato è bello o brutto? Che ne so? Che importa, alla fine?

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