Trapcoustic – Rugiada (Tape, Union Editions 2022)

Registrare la prima parte di una trilogia dei fenomeni il giorno di natale, nel 2020, dà un tono al proprio lavoro.
Subito si va a pensare ad una sensazione dimessa, in minore.
Trapcoustic è Stefano di Trapani, artista inverecondo, trasversale ed intimo. Trapcoustic è infatti il luogo in cui si spoglia di tutto e si offre nudo al mondo. Ho avuto la fortuna di vederlo live un’unica a volta, nel 2014 a Roma, quando con pochi gesti riuscì veramente a trasformarsi su di un palco, caso più unico che raro di persona oltre il personaggio. Misurato, tenue, avvolgente nella musica, quanto sotto al palco non scavalcava le linee, le abbatteva a testate direttamente.
Quando ho visto di questa uscita, con il passaggio di Trapcoustic all’italiano, lo ammetto, ho avuto quel brivido sulla schiena, di eccitazione mista a paura.
Miracolo o minchiata?
Poche, pochissime cose, ed è un bene. Il tono di Trapcoustic rimane intimo senza diventare smielato ne inquietante, la voce ed i suoni danno l’impressione di collegarsi ad un’energia latente che ci attornia, ridestandosi solo quel tanto che ci permette di ondeggiare stancamente il capo, come una sorta di trance. La voce di Trapcoustic è eterea e sinuosa, il suono sembra riuscire a sposare acustico e digitale in una cerimonia di cartone e sputo. Fragilità, a chili, passione, a secchiate, il tutto magicamente calibrato. Non esagera mai Stefano, gestendo minutaglie che potrebbero essere facilmente connotabili come bozzetti ma che, ad un ascolto più attento, rispecchiano quanto raccontato dalla leggenda araba citata nella sinossi del nastro: “…le perle sono goccie di rugiada cadute in mare…”. 7 piccole perle, tra parole posate fra due persone in Cosa pretendi da me, dove il trasporto fra i ronzii si trasforma in un’onestà devastante. I brani si susseguone e non è semplice ne utile descrivere le immagini che vanno formandosi, suggestionate dalla musica e dai testi di Trapcoustic. Solo una cosa è certa, questo nastro è il primo passo sottopelle a Stefano, un togliere cute mettendo in evidenza pievi e vuoti, macchie e derma. Momenti non sempre piacevoli, germogli scarni ed indifesi che nei momenti migliori ci portano a contatto con il musicista, tentati quasi dal distogliere lo sguardo, intimiditi da tanta esposizione. Forse invece è solo una montatura, l’arte di uno scafato musicista che gioca con i nostri sensi dietro una maschera.
Non credo, versi come
“Eri li nel campo delle rose
Io timoroso mi cercavo dentro
Quell’ emozione nera da cambiare
In un nettare di mille api dorate”
Mi sembrano troppo puri per essere limati. Ma chi se ne imposrta? Lasciatemi godere, alticcio, nei giri di una chitarra sgangherata, di una drum machine e di una voce triste, non chiedo altro. Forse sì quello di qualche altro brano, che i sette qui inseriti finiscono veramente in fretta ma anche lì. Stop, rewind, play, ed è subito fatta, un’abbraccio dimesso e si riparte…

PS: Qui si aspettano le prossime due puntate della trilogia, poi un accorpamento su cd per il prossimo inverno, cosi ce lo ascolteremo in auto nelle mattine più buie dell’anno, tirando i santi per la lentezza del riscaldamento, con gli occhi sognanti, come i folli e gli innamorati.

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