Toni Bruna – Fogo Nero (autoproduzione, 2021)

La mente fa strani, stranissimi collegamenti.
Evoca piccole cose che, anni fa, hanno lasciato un segno. Formigole.
Nel 2011 a Trieste accadde qualcosa, la liberazione di un gioiello al mondo. Non figliò, non seminò ma lasciò un breve ma profondo segno in una parte di musica. L’autore di quella perla fu Toni Bruna, in grado di coniugare suoni di un dialetto triestino con un immane tristezza rurale sonora.
Nel 2022 siamo di nuovo qui, con un nuovo lavoro, Fogo Nero.
Dalla prima visione della copertina partono i riferimenti, liberissimi: “Libreto de cartoni misti, pagine cuside con fil nero, copertina stampada in letterpress, roba fatta ben. Dentro xe i bei disegni de Gabriele Demarin e i testi dele canzoni”. La mente a vedere le prime immagini di questo piccolo scrigno va ad altri due album che poco o nulla hanno a che vedere con la forma musicale del nostro, Sator dei Mamuthones e Leaves Turn Inside You degli Unwound. È una storia di intensità, di piccole cose che ci appaiono alchemiche, frutto di un tempo in cui l’espressione artistica porta con se un timore che la fa apparire quasi magica. Penso al Nigredo, all’inizio di una trasformazione, durante i capitoli di queste cesellature.
I brani sono strutturalmente molto semplici, concentrati. Noir. Chitarra, voce, fisarmonica, lingua.
Quella voce, di un artigiano ispirato e potente che risuona come un monito, un pazzo che incute parole o forse colui che detiene la verità e la racconta.
Quella lingua, un triestino che non è mai oscuro ma accogliente e vibrante da tanto è lirico.
Gli strumenti lo accompagnano, dando una mano di nero a tutto quanto, con un ricordo fugace ad un’altra musica nera, quella di Simone Salvatori e dei suoi Spiritual Front (così abbiamo fatto triangolo con i balzani riferimenti, e tanto basta). I brani partono e filano, Ombre cinesi, “ombre longhe del inverno se ogi riverè fin qua se ogi paserâ sto segno no gaverò più dove scampar” e siamo già in una condizione di fragilità, in balia degli elementi. In Età “no xe piú nisun / che cusi i botoni / che parli de gnente / de un gnente che sapi de fiori”. Nella traccia che da il titolo all’album il testo è accompagnato dal disegno di un Uroboro, tanto per rimanere in un mondo evocativo fatto di piccole cose, di distanze, di incomunicabilità, di ricerca di amore. Cose basiche e semplici da affrontare senza sovrastrutture e complicazioni, dannato vizio di noi esseri umani. Semplicità è la via, come Elvino, che nonostante quanto visto ha piedi che non spingono ne si impuntano, viaggiando semplicemente. Sono storie virate in nero, come le fantastiche illustrazioni (ad opera di Gabriele Demarin). Sono canzoni scarne, cantate e suonate  una in fila all’altra di fronte ad Alessandro Giorgiutti prima di passare a registrarle. Leggendo le note di stampa di questo lavoro casco poi su una frase, dubbiosa ma chiara:
“Forse queste canzoni vengono a raccontarci di un mondo in trasformazione”.
Lo sono per certo, di un mondo che molti non ricordano più o non vogliono vedere, il mondo di uomini che danno un peso alle loro azioni “se passo le giornade tra i rami del arbo / no sta ‘ndarme in asedo / xe tanto per fa“. Oppure di ricordi brulli dei propri tredici anni, fra pagine pornografiche e libera tutti. Un mondo dove un uomo solitario può legittimamente affermare  “vegno qua per maledirve / a invelenarme / vegno qua solo per dirve / che no ve go gnanche in tel cul”. Un mondo maledettamente semplice ed intenso quello di Toni Bruna, un mondo dove il nostro, se guardato dalla sua bella, troverà un senso a tutto:

“ma se te me vardi / co la carne e coi ossi / ghe trovo anche un senso …ale case dei pufi”

Cose semplici e mai banali. Intense. Belle. Preziose.

 

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