The Old Haunts – Poisonous Times (Kill Rock Stars, 2008)

Da noi l'aura di maledizione un po' puzzona che ti porta ad essere un indolente testa vuota, stando alle ultime proiezioni demografiche, è  finita agli ultimi posti dei desideri dei giovani rampanti neo yuppies d'accatto che guidano le classifiche locali. Ne è rimasta traccia in alcuni stomp degli Zen Circus, i Mojomatics non ci si sporcano mai le mani e la scena garage blues mi è troppo oscura per poter illuminarmi la giornata. Così se voglio tenermi su il morale con una sonora surfata ghiotta di intemperanze non posso far altro che rivolgermi a ristampe o al mercato d'oltreoceano. Lì si che sanno ancora come risultare disturbati. La Kill Rock Stars è data in crisi dall'abbandono di Slim Moon che, due anni fa, per sbarcare meglio il lunario come talent scout per la Nonesuch, fondamentamentalmente, ha smollato il timone alla moglie Portia Sabin; la signora non si è fatta mancare niente, soprattutto quelle sporcature di rock'n'roll della scena di Portland che non hanno mai abbandonato la casa madre.
Stavolta non è un supergruppo nato nei dopocena dei salotti buoni, ma un buon gruppo come si facevano una volta, giunto alla terza prova lunga. Craig Extine è un ottimo padrone di casa, vagamente reminescente dell'eroe locale Elliott Smith nelle melodie vocali, con giri di chitarra a metà tra certe svisate delle compiante Sleater Kinney al rallenty e il country bislacco di D. Boon  dell'epopea dei Minutemen. Peccato solo che, soprattutto in divertenti e memorabili brani come In Revolt, il basso di Scott Seckington sia troppo trattenuto per assomigliare anche solo da lontano a quello di Mike Watt! L'andatura obliqua è assicurata dalla batteria tutta piatti rotti e swamp rock garantita da Tobi Vail. Qui, come spesso succede, esce un po' quel retrogusto di sapore familiare di etichette che producono solo gente del proprio giro.
Tobi è una delle istituzioni della scena riot di signorine che ha rovesciato come un calzino il punk rock americano del decennio scorso: già più che attiva musicalmente nelle Bikini Kill e, solo Wikipedia sa quanti, altri gruppi che vanno a sommarsi al numero di fanzine ed etichette in cui ha distribuito energia, forza e costanza. Giocoforza, si deve sottolineare la sua presenza, non tanto come elemento di pregio promozionale quanto di garanzia qualitativa. Lo scherzetto giocato dalle Cramps-iane linee ripulite di canzoni come Not Hopeless, con il suo incedere marzialotto e le chitarrine surf-blues, fanno capire che le intenzioni del gruppo non sono certo quelle di diventare i prossimi White Stripes, nonostante il fatto che la voce e il genere garage-oso un po' ammicchino, o gli ennesimi Gossip, sottovalutati nell'ambiente indie, quanto pompati poi estremamente nel mondo emerso. Difficile, quindi, avviarsi alla conclusione senza citare di sfuggita i mille strali che Tobi ha lanciato contro il sell out di molti dei suoi colleghi, messi sulla graticola a fuoco ben più alto di quello utilizzato per band nate già praticamente major. Se la Kill Rock Stars sta diventando, va detto, una fucina di nuovi talenti buoni per il mercato superiore, grazie anche ai nuovi contatti altolocati guadagnati sul campo, ci si chiede quale sia la strada da perseguire, come al solito succubi delle linee guide a stelle e strisce: il solito dubbio che conduce al bivio tra la strada dell'ammorbidire e vendere e quella di perseguire l'indolenza e trasformarsi in una calamita da sfortune. L'estetica da loser non ci abbandonerà mai? Essendocela scelta e appiccicata addosso da soli poco si può aggiungere.
Evviva gli Old Haunts, dunque, e tutti quegli spauracchi che ci dimostrano come sia possibile arrivare in fondo ad un disco con una manciata di canzoni ben riuscite e delle sonorità vintage si, ma con un cervello. Festeggiamo insieme l'ennesimo disco con cui camminare, cuffie nelle orecchie, benedicendo la buona vena dell'acqua della zona di Portland e dintorni. Forse Tobi non sceglierà mai un vincente per suonare e scapperà sempre prima dell'esplosione, ma, anche in questo caso, il suo fiuto è stato mirabile: Craig riesce a svincolarsi da tutto e mette insieme una raccolta di canzoni degna di nota. Anche in fondo ad una pila di dischi manterrà sempre una dignità tale che, pure ad un primo e superficiale ascolto, emergerà subito dalla massa.

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