Sneers – Tales For Violent Days (LP God Unknown, 2022)

Quinto disco in 9 anni per Maria Greta e Leo, ovvero gli Sneers.
Una continuità che non dà adito a cedimenti, costruendo al contrario una solidità senza remore ne compromessi.
Power duo, accompagnato in queste registrazioni da tre figure (quanto mai poche ma buone): Freddie Murphy alla produzione, Francesco Donadello al mixaggio, e Paul Beauchamp come ingegnere del suono. Quando si dice accompagnarsi alla gente giusta…
Ne hanno ben donde gli Sneers, visto che l’inizio è da paura, la title track è sia gracidante come una libellula e carica come una fonderia, leggiadra e pesante ci fa entrare nei giorni violenti con il passo giusto.
Poi brividi, Ode To The Past è una delle canzoni che entrate sotto pelle non se ne vanno più. Tamburi malmenati con calma e violenza, maracas assassine, Maria Greta al suo peggio, bambina inquietante e tremebonda, un carillon assassino. Ascoltatela ad alto volume ed a luci spente se ci riuscite…amore, morte, giocattoli e lamiere. Aggiungiamoci un video (a cura del filmaker Leon) che definire ipnotico, elegante e perverso è poco e siamo in rampa di lancio. Ma andiamo, iniziano i cori ( o i vagiti) di Black Earth Shining, con una voce che è contratta dalle viscere del buio ma riesce a barcamenarsi tra maree e e rintocchi, stringendo a se il suo amato, in quella che sembra una copula fatale da tragica mantide. A questo punto forse ci andrebbero due riferimenti stilistici, qualche parallelo con altre band. Che dire?
Sneers sono un uomo ed una donna, battono, stridono e colpiscono, fanno musica come se il profondo west fosse popolato da lebbrosi in bianco e nero sfocato, resistendo in uno spazio aperto alle tumefazioni che il mondo intorno piega sulle loro teste.
Degli Aufgehoben western, un David Thomas magro, Josef Van Wissen col tamburo.
Lies For Young Men gira come trattenuta da dei cazzo di elastici, fuori sincrono e con una puntina rovinata, forse ha veramente vinto la violenza. La colpa, la luce, la madre, sembra la bibbia madonna mia, con una bottiglia di Raki e questo disco a tutto volume me la leggerei di corsa, impazzendo soltanto all’alba dell’apocalisse.
As Old As The Gulf War sono refoli di sabbia sonora che si trasformano in tempesta, una desert session che gira male sin da subito  bar ritrovandosi barricati sempre dalla parte sbagliata, non c’è nulla da sogghignare qui.
Poi il ritmo, minimale e ridotto all’osso, come se riuscendo a levare tutto il superfluo si ripartisse sempre dai suoni più semplici ed ipnotici. Si vola sulla chitarra di Maria Greta, Leo a suonare nelle caverne ed un rantolo vocale che si rattrappisce “..You and I / in a toilet / getting high / you and i / taming wilderness / from inside”.
A Fate Worse Than Death. Quando il tuo destino è più brutto della morte la stuazione sta andando definitivamente oltre. Ci si sente quasi più leggeri ed in effetti sembra che i suoni si facciano più lievi e forse il chiacchiericcio di fondo non è quello della disperazione e della pazzia, forse è solo un sogno (i morti non sognano) ed un domani ci risveglieremo (i morti non si risvegliano, solo gli zombi lo fanno).
Va tutto bene, siamo alla fine.
One Day ci consegna la fine di questo lavoro, ed io sinceramente non vorrei caricare di troppe parole un seme cosi cattivo.
Come se Tobe Hopper provasse ad ingravidare Pascal Laugier a calci e sputi.
Lanciate questo disco nello spazio, lo troveranno a civiltà umana conclusa dicendo “Giusto così”.

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