Sleepmakeswaves – Love Of Cartography (Bird’s Robe Records, 2014)

Un imperdonabile ritardo è quello che caratterizza principalmente queste recensione. Mi spiace. Ho fatto cose, visto gente, non ho ascoltato molti dischi nuovi. Ricomincio col botto, quindi, parlando – come sempre – bene degli Sleepmakeswaves, che stanno a quello che un pò di tempo fa si usava definire ‘post-rock’ come i biscotti Pan Di Stelle stanno all’idea di merenda: solo il nome basta a farti spuntare un sorriso e a provocare quella voglia di averne una grossa quantità. Che si tratti di roba da far arrivare nello stomaco o al nervo acustico, assicuro che è buona. Molto. La band di Sydney è energia costruita con chitarre rinvigorite al massimo dai delay che creano una sinfonia di ampio respiro – Perfect Detonator -, intrecciano cornici per situazioni che è lo stesso ascoltatore a creare, solleticato e sollecitato dalle dieci tracce di questo che è solo il secondo album – i ragazzi suonano insieme però dal 2006 -. Credo che la parola che meglio descriva Love Of Cartography sia ‘texture’: un colore ottenuto da altri mescolati tra loro, un tessuto compatto di cui, però, se mi avvicino, riesco a distinguere i fili di trama e ordito, qualcosa che, partendo da differenze evidenti, viene reso omogeneo in maniera estremamente ricca – Singularity -. La sensazione di calma prima della tempesta – Great Northern – e un climax continuo che apre la mente ad infinite interpretazioni visive – How We Built The Ocean – sono i protagonisti del lavoro che vede convivere alla grande pezzi tra l’elettronico e l’elettrico – Your Time Will Come Again – e altri che, per quello che mi riguarda, dovrebbe entrare nella top ten dei pezzi post-rock – Something Like Avalanches – anche se ricordano vagamente qualcosa dei tempi d’oro. Non sto a dire i numerosi festival figherrimi a cui gli Sleepmakeswaves hanno partecipato o i grandi nomi con cui questi signori si sono esibiti dal vivo, ormai ne parlo ogni volta che salta fuori il loro nome, però insomma, ecco, l’unica cosa da sapere sul serio credo che sia che ascoltando questo disco non si ha bisogno di nessun’altra droga. Il viaggio è assicurato e si risparmia su eventuali pusher. In tempi di crisi, non è poco. Una curiosità: il disco è stato supportato dal governo australiano e dall’equivalente del nostro ministero della cultura. Mentre qui si investe, al limite, sui cinepanettoni, questa nota dovrebbe davvero far pensare…

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