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Radar Bros – Auditorium (Merge, 2008)

Dopo la mezza delusione di The Fallen Leaf Pages (che era tutt'altro che un disco brutto) torna un invecchiato Jim Putnam e tornano i Radar Bros, tra i gruppi migliori della scena slo core dal '93 ad oggi (in compagnia di Idaho, Red House Painters e Low), senza però che siano mai riusciti a raccogliere in pieno i frutti di ciò che hanno seminato (ad esempio il fatto di saper guardare ai Pink Floyd  rimaneggiando placide strutture folk legate alla tradizione americana). Il mondo cambia, e loro si ostinano in un immobilismo che anche il fan più incallito (come il sottoscritto) arriva a non reggere più. Due colpi di batteria, due linee di piano (Happy Spirits), la voce sempre sussurrata e inconfondibile e la sensazione che ripetano sempre e stancamente la stessa canzone all' infinito, con il freno a mano che non si sblocca mai. Il che non sarebbe neanche male, anche se, come un po' nel disco precedente, cominciano a latitare paurosamente le canzoni (il singolo When Cold Air Goes To Sleep e il pezzo Lake Life avevano, ahimè, fatto sperare diversamente). L'ispirazione è stata sostituita dall'abilità negli arrangiamenti e dall'esperienza decennale nel creare quelle solite atmosfere alt folk sporcate, più che di psichedelia, di vera e propria apatia. Ecco, i Radar Bros ora come ora potrebbero essere ottimi mentre ci si crogliola sul divano in una torrida giornata di agosto, ma assolutamente proibitivi in macchina. Purtroppo dopo quel capolavoro che era Singing Hatchet ogni loro disco diventa indistinguibile, e dopo due canzoni il gruppo e l'ascoltatore affondano in un torpore dal quale sembra impossibile uscire.

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