Primal Scream – Beautiful Future (B-Unique , 2008)

Arrivarci, a vedere il futuro rosa! E forse qualcuno la personale quadratura del presente l'ha trovata, tanto da cantarla a conclusione di un ventennio di ricerca. Dove un Beck brancola nel buio per riscrivere se stesso in eterno, qualcuno ha rinvenuto il Graal da cui si sono abbeverati negli ultimi decenni i Rolling Stones. Dopo innumerevoli tentativi, effettuati in modalità trial & error, gli unici dotati di un tale autocompiacimento da sguazzare ed elogiarsi nella loro stessa broda sono sempre e solo i Primal Scream. Immuni alle mode, ormai, riescono ad attraversare ogni registrazione perpetrando la stessa truffa Over & Over, come cantavano i Fleetwood Mac che Gillespie e compagni ripropongono qui con Linda Thompson, ospite alla voce. Dove i gruppi che trovano una forma, e vi si siedono dentro, sono da boicottare in toto, che quasi mai si rialzano e costruiscono alcunchè di interessante, lo stesso non si può dire di chi sintetizza tanti e tali elementi degli ultimi decenni, riuscendo nell'improbabile e improbo compito di far coesistere tutto con coerenza; un'abilità che, ovviamente, fidelizza e rieduca il pubblico a sottostare alle intemperanze di queste starlette del firmamento inglese della musica popolare contemporanea. Non è certamente gente con cui sia facile rapportarsi: è troppo scostante, nell'insistito tentativo di cristallizzare un momentum personalissimo, la crew del fu primo batterista, o forse, per meglio dire, battitore percussivo, dei Jesus & Mary Chain. Un'evoluzione degna di nota, se non altro per le modalità che la contraddistinguono.
Non si sa se sia una sorta di autotrasfusione o una specie di autocannibalizzarsi: è evidente che il solipsismo autistico del loro metodo si ciba implicitamente di ciò che meglio lo compone: i ritmi blandamente dancey di The Glory Of Love, messi momentaneamente da parte gli incedere aggressivi di XTRMNTR (esclusa la micidiale e insistita Suicide Bomb), fanno da contraltare alle schitarrate shoegaze di loro chiara fattura, miste allo stonerissimo Josh Homme dei Queens Of The Stone Age come in Necro Kex Blues; i cori soul di Screamadelica, sulla quasi comica Zombie Man, rincorrono il synthpop della più scontata Yellow Magic Orchestra di Uptown, insegnando melodia brit alle generazioni orfane dei Pulp con la title track; come ciliegina, il cantato trade mark "fuori luogo" di Bobby Gillespie, sparso lungo tutto il disco. Di nuovo riescono a inanellare citazioni di cui si impadroniscono come sanguisughe: giocano ancora a prendere in giro i Suicide con la sadomaso I Love To Hurt (You Love To Be Hurt), tutta batterie elettroniche e cantato stentato duettante con l'ospite femminile di turno Lovefoxxx delle CSS, in una eterna riproposizione di quella Some Velvet Morning che li ha rimessi nello scacchiere commerciale internazionale. Sempre loro, fuori dai clichè, risultano gli unici e ultimi esponenti, nonchè punte di diamante, di quella scena baggy acida che, ormai, non ha più controparti, se non negli inclassificabili, da sempre, Super Furry Animals.
Questi gli elementi che ormai riescono a confluire in brani singoli quasi sempre omnicomprensivi: una matrice che solo Keith Richards e soci ha chiara in testa dopo mezzo secolo di ripetizione a memoria. Un linguaggio completo che viene proposto in ogni brano come fosse sempre cento per cento un urlo primordiale, quale preciso e singolare definito momento di specificità; un'unicità che è costata anni di duro lavoro e capacità di sintesi non comune, appunto. Riconosciamogliela anche quando ammiccano al mercato come fosse loro diritto ed esclusiva proprietà. Non è da tutti, non è per tutti, non è di tutti.

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