Plaster – Platforms (Kvitnu, 2011)

Vi ricordate di Kaeba? Io sì, si trattava di un esordio in ambito elettronico di un ragazzo piuttosto giovane, l’avevo recensito su questa stessa webzine. Per il sottoscritto risultava evidente che si trattasse di uno con delle ottime qualità e credo che questo progetto che lo coinvolge confermi quanto già scritto. Gianclaudio Hashem, infatti, rappresenta il cinquanta per cento del duo condiviso con Giuseppe Carlini (che avevo già sentito nominare come Agan) con cui evidentemente ha trovato un’ottima sintonia, dato che sia sotto il profilo sonoro che sotto quello compositivo l’amalgama funziona splendidamente. A confermare la qualità del lavoro dei Plaster il fatto che Platforms venga edita dall’etichetta ucraina Kvitnu, che se anche non vi dicesse nulla in realtà è l’etichetta gestita da Zovoloka e per cui incidono anche Kotra, Vitor Joaquim e Dunaewsky69, gente che è riuscita a ricavarsi un piccolo posto al sole grazie a collaborazioni con Mark Clifford (Seefeel), Agf, Warp records. Tornando al duo romano direi che fanno fanno quella che un po’ di anni fa si chiamava IDM, con un taglio molto “minimal”. È musica minimal a livello di profilo sonoro, non certo di roba scarna per scarso interessa all’approfondimento e non credo impiegherete molto a capire che si tratta di un disco con un buon potenziale commerciale, molto quadrato, viscerale e boombastic nel migliore dei modi. Basse che spingono, casse quadrate che crescono gradualmente, roba da saletta buia di un club nord europeo. Le tracce sono molto uniformi, ma non una fotocopia l’una dell’altra, si sente una forte impronta stilistica senza perdere varietà. Il disco mantiene una sana tamarraggine da IDM con un taglio tedesco, in realtà di tamarro non ha nulla, ma tante per capirci, non si tratta di roba fredda, se non nelle atmosfere o in alcun suoni, il disco pompa in modo graduale come un cazzo che va in erezione e per certa elettronica quasi technoide non si potrebbe fare nessun complimento migliore. Immagino che da buoni italiani (mio malgrado, mi ci metto nella categoria) siate fra quelli che si lamentano del fatto che “qui da noi non ci sia questo… e non ci sia quello”, l’elettronica invece c’è sempre stata, dai D’arcangelo a Passarani, dai dub-sperimentalismi di Bernocchi alle cose da colonna sonora di Teardo, dai Pankow a Ielasi e questi due ragazzi confermano che se anche non c’è un circuito ci sono ancora dei tizzoni rovventi in mezzo alla cenere, il problema è sempre trovare qualcuno che abbia voglia di metterci le mani sopra.

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