Napalmed – III (Autoprodotto, 2008)

Dio santo, se solo esistesse una giustizia a questo mondo gente come la Parodi starebbe sciogliendosi sotto ad una colata di sperma di uno dei mostri di Alien e le pellicole di Muccino non andrebbero neppure bene per essere trasmesse durante i cineforum scolastiche di terza media, ma da quand’è morto Marcinkus è anche vero che la qualità dei cattivi è davvero scadente. Sono giusto tempi in cui il rumore può solleticare le fantasie artistico/erotiche di un pubblico rock che d’improvviso scopre la caciara grazie ad uno sdoganamento indie (Sub Pop) di roba come i Wolf Eyes e così via…e così una serie di sciamannati americani (anche fighi, va detto!) sono pronti a seguirli a ruota. 
Ma prima del No Fun Fest, prima di Carlos Giffoni, molto prima, i Naplmed sul loro lato di un celebre split cd già rompevano il deretano al buon Masami Akita (Merzbow). Quando metà degli yenkee dell’era Bush junior si avvicinava timidamente al distorsore recuperando vecchie cassette marce dei loro fratelli più vecchi che avevano avuto incubi a suon di Maurizio Bianchi, Intrinsic Action, Masonna, Skullflower, etc… quando ancora metà di questi ex-rockers in cerca di novità stava per cambiare pelle… allora, i Napalmed c’erano e si facevano sentire pur venendo dal buco del culo del mondo e mentre la loro stessa patria non esiste più sotto quel nome (Cecoslovacchia), loro sono rimasti. La cosa buffa è che a dispetto del nome e di una certa ruvidità di fondo, i due slavi non si sono mai fermati alla pura e semplice ignoranza: grezzi sì, ma ignoranti per nulla… freak semmai, quello sì e pure tanto. Per questa nuova uscita dalla grafica favolosa (una specie di composizione tipo calendario con i diversi strati multicolori che vanno a formare un'unica cover) Radek e Martin prendono un’unica sessione e l’assemblano con alcuni materiali provenienti da una precedente registrazione. Quello che ne risulta è un tappeto powernoise morbido (non scherzo: zero cafoneria!) che viene intervallato da pause in cui oltre a dei rumori di acqua o di qualche materiale liquido che gocciola qualcuno dei due emette dei rumori all’interno di un tubo e poi ancora rumore, rumore, a tratti più tenue a tratti più fitto ma sempre con quel piglio live e con quel gusto retrò-industriale che a metà delle cazzate “pomp up the volume” molto spesso manca. Eh, sì, è proprio quella la grossa differenza, per quanto rozzi e a volte primitivi, i due rumoristi slavi non si improvvisano a fare del casino senza costrutto e senza nessuna ragione all’infuori del caos fine a se stesso, infatti la traccia ha un suo sviluppo ed un’identità molto più marcata di una marea di ciofeche fatte in cinque minuti. Il suono è molto bello pur essendo cartavetrato e per nulla superprodotto, l’effetto globale è quello di un bel lavoro freak-noise cresciuto a botte di ascolti e di sessioni. Insomma direi che si tratta della concretizzazione di due perle differenti, ovvero: che "l’improvvisazione non si improvvisa" (Anthony Braxton) e che "some trips last forever” (Government Issue)… e se 79:50 non sono un trip: buona camicia a tutti!

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