Made In Mexico – Guerrilaton (Skin Graft, 2008)

C'è qualcuno, nel folto e preparato pubblico di Sodapop, che creda ancora in Babbo Natale? Poche mani vedo, bene. Alla Befana? Su le mani, forza! All'innocenza della nostra classe politica? Sempre pochi, bravi. Lasciamo perdere la verginità di molte spose. Ma in Weasel Walter? Chi crede ancora nel vate del noise demente, motore di molte delle produzioni uscite dall'armadietto chicagoano della Skin Graft? Nessuno immagino. E si che aveva voce in capitolo prima di diventare un fumetto di se stesso. Allora, se, per Natale o per festeggiare il genetliaco del vostro Flying Luttenbachers preferito, vi siete regalati una console ludica con annesso Guitar Hero II, sarete, sicuramente, già stati toccati dall'ipotesi che possa avere anche ragione.
Soprattutto quando asserisce che i Made In Mexico siano il miglior gruppo filiato dagli Arab On Radar. Ci sarà da credergli? A sentire quegli scoppiati dei Chinese Stars il dubbio viene. E la domanda sorge spontanea: si può essere figli di se stessi tenendo dritta la testa e alzando il tiro? "Yes we can, si se puede, libertad!" Libertà. Come cantano questi splendidi esempi di americani dai larghi orizzonti nell'obamiana Yes We Can, canzone inserita anche nel videogame preferito dalle rockstar. Dal pieno dell'artistica Providence, Rhode Island, questo arrembante quartetto di belle speranze sinistrorse ci piomba tra i piedi, nel fulgore massimo della personale ricerca di libertà. Una fuga dal pragmatismo schematico, tipico delle sincopi noise schizzate della Skin Graft, che trova libero sfogo nelle pulsioni di un flavour tipicamente sudamerindio. Tutto si svolge, contrariamente a quanto immaginabile, pagando il debito minimo nei confronti delle quattro ugole della recentemente scomparsa e già compianta Yma Sumac. Più evidente e dovuto risulta il tributo offerto alle sgraziate movenze canore di Lydia Lunch: la cantante Rebecca Mitchell, specie quando modula la propria interpretazione, si ritrova a risultare quasi ortodossa nella riproposizione di tali evidenti discendenze. Già di più concedono di scarto alle ritmiche del Reggaeton: IL tempo dei giovani centramericani, quelli che ballano al suono dei Calle 13 o di Daddy Yankee. Tanto più che gli statunitensi, cercano, in tutti i modi, di evitare di cadere in grossolane e involontarie prese in giro di un Tito Puente qualsiasi, tipiche da scontato bongarolo americano della domenica. Da notare, oltre ai testi ascrivibili ad un fantomatico impegno sociale, la netta predominanza del basso di Jon Loper, vero e proprio motore di questo combo, nonchè unico elemento a strappare un applauso convinto a fine album. Capisco che questo disco sia un po' un evento per una gioventù sonica nordamericana da CMJ, non abituata a queste marziali scorribande ritmiche: quasi un deja-vù delle giocate in contropiede dei Liquid Liquid e relativi epigoni tribali nella New York di inizio anni '80. Ma l'effetto sorpresa puzza vecchio di tre giorni già al di qua dell'oceano dove, anche in una città qualsiasi come Genova, la principale radio commerciale ha un programma, in onda quasi tutte le sere, dedicato alle serrate ritmiche dei musicanti latinos di seconda generazione.
Insomma, un disco curioso che porta nuovi elementi nel frullatore del rock del nuovo millennio. Un long playing riuscito, probabilmente, solo a metà: ancora troppo acerbo e poco cafone per poter rendere onore e merito agli ispiratori tropicali. Tanto da farmi supporre che, per soppiantare la Gasolina dagli stereo, ci vorrà uno sforzo decisamente maggiore. Rimandati a Settembre di Storia e Arrangiamenti. Li attendiamo trepidanti e fiduciosi, giocando con le console o meno. Intanto, alla fin fine, è solo un lavoro di Lima, no?

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