La routine e la provincia: conversazione con Joshua Pettinicchio

Dopo aver ricevuto prima la notizia della nascita di una nuova label, poi dell’imminente album di Joshua Pettinicchio, già attivo come Cult of Terrorism, mi sono fatto coraggio, entrando in un mondo provinciale che sembra uscito dai più reconditi antri toscani.
Eccone il resoconto:

SODAPOP: Ciao Joshua, di dove sei esattamente in Toscana?

JOSHUA: Ciao Vasco! Sono nato a Firenze ma cresciuto poco fuori, a Campi Bisenzio, un paesino interessante principalmente per aver dato i natali al compianto Carlo Monni. Poi vari motivi, per fortuna non tutti negativi, mi hanno portato a farmi una vita nuova nel Pisano, in un contesto quasi di campagna. Liberarmi del rumore delle automobili è stato confortante, mi ha aiutato a procedere meglio nel percorso del mio riequilibrio mentale. Ci ho guadagnato una persona meravigliosa con cui convivere e un gatto, che è meglio di quel che potessi desiderare.

SODAPOP: La vostra sembra essere una regione in grado di scatenare gli istinti più primordiali, tra i quali ovviamente una musica livida e lacerata. Ci sono in qualche modo cresciuto anch’io, andandoci un paio di mesi in ferie all’anno dalla nascita fino ai 15 anni e, strano ma vero, la cosa non mi stupisce affatto. Nel paesino dove passavamo il nostro tempo il tema centrale del paese sembrava essere la caccia e la nutrizione fino ad esplodere. Drammatizzando le due cose, anche solo di pochissimo, è facile immaginare di ritrovarsi in un film horror. In che modo ti racconti con questo disco?

JOSHUA: Diciamo che non racconto propriamente me stesso, o meglio si, in un certo senso Vita e Morte in Toscana è molto autobiografico, ma il tentativo riguarda molto di più l’esprimere cosa significhi la routine in un paese di provincia. La provincia è provincia ovunque, non puoi distinguerla davvero, è un non-luogo dove tante anime si riuniscono allo scopo di concludere la giornata. Esistono i ‘personaggi’ che danno colore, esistono i pericoli di mettere piede in una zona invece di un’altra e soprattutto in questa equazione persiste la ripetizione: nei gesti, nelle abitazioni, nei problemi.
Nel caso specifico della mia regione beh, ormai è facile farne riferimento come la regione dei Compagni di Merende, ma ci sono realtà molto più inquietanti: nel 1875 a Figline Valdarno è esistito Callisto Grandi, conosciuto come l’Ammazzabambini, che ha brutalmente ucciso quattro ragazzi perché lo additavano come un mostro deforme.
Si potrebbe anche parlare delle Sette Mugellane, dei santoni di campagna, si potrebbe parlare per ore di questo vortice maligno chiamato Toscana. Gli Hate & Merda esprimono molto bene la violenza medioevale di Firenze nell’intro di La Capitale del Male. Posso dire a gran voce che la violenza non è cambiata, si è fatta solo più subdola, ora si annida nel quotidiano che ci circonda sotto forma di cemento, nella gentrificazione.
E anche la violenza, come la provincia, è violenza ovunque. Cambia solo forma e modus operandi.

SODAPOP: Vita e morte in Toscana è il tuo debutto come Joshua Pettinicchio, ma è anche uno dei primi vagiti di anthropologists inc, la vostra etichetta. Chi siete e, se esiste, qual’è stato il bisogno di cambiamento in questo senso?

JOSHUA: Chi siamo è molto semplice da spiegare: siamo un esperimento. Siamo partiti in quattro (io, Ettore Brancè, Alex Voicu e Tiziano Vitti) con la convinzione che si potesse almeno provare a riportare quell’aria di autoproduzione vera e propria che ha contraddistinto realtà come la G.R.O.S.S. di Akifumi Nakajima Aube e che avesse lo spirito della Eskaton del sempre-ricordato-troppo-poco duo Balance/Christopherson dei Coil: una casa per gli amici e un centro aperto a collaborazioni, contaminazioni e sperimentazione. Se l’esperimento andrà a buon fine lo vedremo nei prossimi mesi. Non abbiamo ruoli ben definiti, ognuno mette la sua competenza nelle grafiche, nella ricerca di cose interessanti da ascoltare lontano dai limiti di genere (se avete un progetto dungeon k-pop scriveteci vi prego!). E se non ce la saremo cavata sarà stato davvero bello comunque.

SODAPOP: L’artwork è di Coito Negato, la vita è prodotta tramite inseminazione e l’orgasmo è detto la piccola morte. Quanto sesso c’è in questo disco?

JOSHUA: La risposta è: se si parla di sesso bello, qui non ce n’è traccia!
Piuttosto, ricordiamoci l’infanzia delle notti passate sui canali privati per provare a vedere un seno e poi ritrovarsi a guardare il tizio che ti vuole vendere assolutamente quell’anello in smeraldo, che poi è un pezzo di bottiglia verde. Il ricordo, in certi casi, è pornografico. Quanto sia positivo non lo so.
Stefano è una persona meravigliosa, il giorno che lo conobbi, ormai più di dieci anni fa, si ruppe una costola in un pogo. Me lo ricorda ogni volta che ci si vede e ogni volta è bello ricordarlo!
Senza nemmeno ascoltare il disco si è proposto per aiutarmi con l’artwork completo e io senza nemmeno pensarci ho accettato il suo aiuto, fondamentale per trasmettere quel che volevo. L’artwork è composto da due foto, una scattata da me sulla Strada Provinciale Bientinese (il camper dove dentro – vi posso garantire – non si sta facendo un pranzo in famiglia) e tre foto in collage fatte da Stefano che raffigurano lo Scolmatore di Pontedera, questo canale largo come un Leviatano usato durante le piene dell’Arno. Ci ho visto molto Ulrich Seidl in queste foto quindi, insomma, perché non usarle?

SODAPOP: Quali sono state le ispirazioni per questo disco? Reali, immaginarie, filmiche: ti senti un narratore esterno dell’orrore oppure la musica è già stata fagocitata in un inferno che rimane l’unico posto in cui tornare ad avere voce…che da giovane ti uccide ma da vecchio è tutto quello che ti rimane?

JOSHUA: Come ho detto sopra, Vita e Morte in Toscana è anche autobiografico. Non mi faccio problemi a dire che dai 13 ai 17 anni ho abusato, e parecchio. Sono della linea di Bill Hicks: mi sono decisamente divertito.
Ma non ci sono solo le sostanze, ci sono anche le pellicole e i libri. Ho sempre letto molto da piccolo e ho mandato in fiamme il videoregistratore. Qui dentro c’è molto di Seidl, che ho già citato: la sua tendenza a rappresentare l’immoralità dietro la facciata del perbenismo e il suo fotografare la realtà obliqua della città e dei suoi abitanti senza redenzione. Parlando di redenzione, invece, cito Paul Schrader e la sua ultima trilogia (First Reformed, The Card Counter, Master Gardener): la capacità di fare praticamente lo stesso film in tre salse diverse e riuscire bene in tutte e tre le occasioni è qualcosa che uno probabilmente non riuscirebbe a fare nemmeno in mille vite.
E poi c’è il cinema asiatico con John Woo, Kim-ki Duk, Kiyoshi Kurosawa, i fratelli Pang, c’è tanto amore per un compositore come Akira Yamaoka e per il team Silent, ci sono i libri di Roberto Bolaño e Cyclonopedia di Reza Negarestani e c’è ispirazione in colleghi italiani che stimo moltissimo come Loris Cericola, Daniele Santagiuliana (con il quale la collaborazione continuerà, assolutamente), Enrico Cerrato e Gabriele Gasparotti, ognuno per motivi diversi e per capacità di cambiare l’ambiente intorno a loro.

SODAPOP: Se penso alla musica toscana non posso non citare Giovanni Mori con Le Cose Bianche, Marco Valenti con Toten Schwan e la congrega legata a Nàresh Ran di Dio Drone. Cos’altro nasconde il territorio che ci stiamo perdendo al momento?

Giovanni è stato un incontro fortunato. Una persona splendida, di grande cultura musicale e cinematografica. Ad oggi, se dovessi pensare a un progetto fondamentale per il power electronics sarebbe proprio Le Cose Bianche per la sua capacità di recitare e non urlare, l’uso del basso dub e dei testi carichi di vissuto, intimi e in alcuni casi devastanti.
Marco e Nàresh sono colpevoli di avermi iniziato, insieme a Valerio Orlandini, al mondo delle ‘macchinette’. Mi hanno spinto a comporre e a credere in me, così come un certo lutto famigliare. Senza tutto questo e senza tutti loro non sarei qui.
Il territorio nasconde sicuramente molte luci: nasconde i Vuoto Impero, duo post-hc di scuola Unwound, o Zabuba Nevresky, in arte QuadratoX, che è riuscito a non farmi trovare nessun nome per quello che compone e va bene così. Sono certo che molte gemme stiano solo aspettando di essere scoperte e, beh, anthropologists inc. è qui anche per questo.

SODAPOP: Con Megváltozhatatlanság prima e con il disco condiviso con Testing Vault poi, oltre che con l’esperienza Under the Bed hai vissuto la musica spesso come condivisione e co-costruzione. Cosa cambia per te invece l’agire in solitaria? Riesci ad avere un controllo ed un distacco tale da poterti fermare e chiudere una composizione oppure andresti avanti a limare all’infinito i brani?

JOSHUA: Beh, non agivo in solitaria dai tempi del primo disco, è stata una situazione ideale per resettare completamente il mio modo di comporre. Mi è sempre piaciuta l’idea che il mio operato potesse essere contaminato – nel gruppo in minor parte, probabilmente per una punta istrionica mai totalmente nascosta – ma per Vita e Morte in Toscana era necessario ripartire da zero. Ho composto il disco provando tecniche come la deprivazione del sonno, qualcosa con cui possa dare colpa solo a me stesso nel caso il disco non fosse così riuscito come penso. Questo disco è stato una scommessa con me stesso. Solo in Vereor Nox, la traccia iniziale, mi sono avvalso di Armando Marchetti, mio compagno quando ero negli Under the Bed e un fratello maggiore nella vita. O meglio, abbiamo acceso la nostra strumentazione per due ore, registrato per passatempo e poi, ricostruendo tutto, ho deciso che doveva venirci fuori l’introduzione al disco. La sua mano ha dato decisamente colore e valore alla traccia: è un bravissimo compositore, molto in sordina, e ottimo artista VFX.
Per rispondere alla seconda domanda, ho rimesso mano al disco almeno tre volte, una volta ho cancellato tutto l’operato svolto perché non mi convinceva assolutamente. Ad oggi sono convinto che avrei potuto aggiungere almeno un’altra ora ma meglio che sia andata così.

SODAPOP: Come hai iniziato a suonare e con quale musica sei cresciuto? Quali sono stati i passi che ti hanno portato in primis a suonare ed un secondo luogo a farlo così?

JOSHUA: Ho vissuto in casa con una madre che cantava Renato Zero e con un padre che mi ha iniziato al rock con gli U2. E io parteggio per Renato Zero!
I primi ascolti sono stati classici, con i Metallica, The Cult – specialmente Sonic Temple, WASP e, in piccolissima parte, Iron Maiden. Un giorno mi fecero ascoltare i Nine Inch Nails e la mia evoluzione è cominciata. Buffo che una di quelle persone a donarmi i NIN adesso suoni nei Nachtmahr (!), altro gruppo che ascoltavo parecchio insieme a Grendel, Combichrist e VNV Nation. Sono passato poi ad ascolti più cupi scoprendo i Throbbing Gristle e da lì non poteva che peggiorare: Coil, Whitehouse, Brainbombs, Hijokaidan, l’HNW di The Rita e Vomir, di Sergey Pakhomov e Cory Strand. Poi è venuta l’ondata pacifica di Tomonari Nozaki, Greg Gorlen, World’s End Girlfriend e la ricerca acustica di Henri Poisseur. Ancora oggi vengo attraversato dagli ascolti ed è questo ciò che conta: essere attraversati e non attraversare, col rischio di ritrovarsi distratti.
Ho fatto il primo live a 14 anni compiuti pochi giorni prima, con la mia prima band. Eravamo orrendi ma è stato divertentissimo. Poi sono arrivati gli UTB dove, in giro per l’Italia, ho potuto lanciarmi dal palco più volte e spesso in mutande, e parallelamente è cominciato Cult of Terrorism, con l’esigenza di non volermi limitare solo a urlare in un microfono.
Non ho un modo di suonare, suono perché mi piace farlo e credo di rendere al meglio nell’improvvisazione, nel qui-e-ora. Ti porta ad arrangiarti e ad abusare della materia grigia. Non può far male qualcosa del genere, può solo portarti oltre.

SODAPOP: Quali sono i prossimi passi, come etichetta e come solista? Hai dei live a sostegno del disco in programma? Avete già delle produzioni in preparazione? Accettate demo?

JOSHUA: Il prossimo passo è quello di costruire e mettere in vendita la versione fisica di Vita e Morte in Toscana: pochi cofanetti, in legno, pirografati e contenente la copia fisica del disco insieme a qualcosa di gustoso e non preventivato, un pamphlet con un racconto che si lega ad alcuni eventi e titoli del disco principale e un secondo disco della durata di mezz’ora, da ascoltare durante la lettura. Non voglio dire molto, è ancora presto.
Non meno importante, c’è la seconda uscita del catalogo, quella di Ettore Brancè con il suo L’unico Pasto è un Pasto Cannibale e una ulteriore uscita a dicembre top-secret. Per il prossimo anno abbiamo già uscite da confermare, poi valuteremo i frutti raccolti e ‘que sera, sera’.
Al momento non accettiamo altre demo, ci rifaremo sentire a primo ciclo di uscite concluso.
Per quanto riguarda l’attività live non c’è assolutamente niente di preventivato: il disco non è stato concepito per essere suonato live nel modo che vorrei. In ogni caso, se qualcuno volesse farmi apparire, probabilmente direi ‘si’.

Ti ringrazio moltissimo della chiacchierata e ne approfitto per ricordare i contatti:

anthropologistsinc.bandcamp.com
anthropologistsinc@gmail.com
Instagram: anthropologists.inc