Kenta Kamiyama – Side Effects (Stochastic Resonance, 2018)

In genere non amo riportare stralci dei comunicati stampa, soprattutto quando pretendono di inquadrare, non di rado banalizzandolo, quanto ci si appresta ad ascoltare; per il giapponese Kenta Kamiyama farò un’eccezione perché, senza rivelare troppo del progetto, la press sheet approntata dall’italiana Stochastic Resonance coglie un aspetto fondamentale: la sua musica è un nuovo pop che emerge dall’ambient. È pop per il tocco leggero, la fruibilità, la raffinatezza aggraziata, volendo anche per la brevità dei brani; è ambient per la forma dilatata e la capacità di rappresentare lo spazio. Quale spazio? Non facile a dirsi: potremmo essere in una radura nei pressi di una sorgente, o al centro di un giardino giapponese, o in un tempio invaso dalla luce del tramonto, luoghi diversi ma con innegabili affinità spirituali. Ad accompagnarci in questi luoghi, tanto reali quanto dell’anima, sono distese di synth, tocchi di piano minimalista, corde ed archi, suoni d’acqua che scorre e grida di bambini, ma fate attenzione a non confondere Side Effects con musica di semplice abbandono: ci richiede invece la presenza attraverso timbri spesso acuti, dissonanze (Apartments In Tokyo), voci (Dark Blue), che tengono lontano il rischio di sfociare nella vacuità di certa new age music. L’effetto è quello della piacevole malinconia che si può avere guardando una Polaroid un po’ sovraesposta che immortala un attimo di felicità infantile, dove i margini delle figure si perdono nella luminosità dello sfondo. Questa musica diafana, lenta, cristallina è capace di lasciare fuori il mondo. A volte ce n’è davvero bisogno.

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