Hong Chulki & Will Guthrie – Mosquitoes and Crabs (Erstwhile, 2018)

Il rischio che corre un lavoro costruito su concetti frammentari e irrisolti come questo Mosquitoes and Crabs è quello di essere liquidato sbrigativamente. Probabilmente perché le categorie musicali che vanno per la maggiore sono l’organicità narrativa e la rifinitura del suono, molte volte al di là dell’interrogarsi sulla loro reale denotazione contestuale. Argomenti che spesso cozzano con il senso profondo di sperimentazione, ma rassicuranti perché più intellegibili, e monodimensionalmente molto apprezzati. Nessun alibi per le uscite che soffrono di un’aleatorietà inconsistente, cosa che però sarebbe da riconoscere anche ad approcci molto più organici, che a volte si rivelano manieristici.
E invece la nuova collaborazione tra Will Guthrie (batteria, percussioni, elettronica) e Hong Chulki (giradischi, chitarra, elettronica) riesce a trasmettere il senso della libera pratica improvvisativa partendo dal suo limite anteriore, scegliendo la contundenza elettroacustica invece di concentrarsi sul versante della strutturazione omogenea. Usare la strumentazioni in dotazione per agire in modo attivo la casualità combinatoria del momento, sapendo però segnare in più di qualche occasione il punto della sostanza espressiva. Un ascolto che richiede di sondare geometrie astratte nella materialità palpabile e nella ricerca istantanea più esplicita: un’ottica fatta di elettronica rumorista dal vivo, percussioni sonore, a volte sgraziate, e flussi disarticolati in un ambiente dove spuntano field recording, ritmi basilari e concretezze primarie al limite del naif. Coerente nella sincera ricerca dell’attimo, un suono che vive di estemporaneità aleatoria, ma convince nel complesso per la sua visione di base quasi primitiva che rende la personalità intrinseca del disco. Improvvisazioni pure che vanno oltre gli otto minuti fino a frammenti che non sfiorano i sessanta secondi, dove la componente corrosiva, oltre che suono portante, è l’argomento attorno al quale costruire, soprattutto per la presenza di Chulki, ma dove Gutrhie si inserisce duettando alla pari in un’ottica che gioca con il disfacimento concettuale.
Se siete alla ricerca di un discorso concluso e rifinito, con un missaggio calibrato e rassicurante, questo disco non fa per voi, perché non conclude e colpisce per l’asprezza, vivendo della sua nuda espressione libera. Eppure, o proprio per questo, ha la forza dell’esserci.
Che sia una lettura di quello che siamo ma che fatichiamo a riconoscere? Potrebbe… Sicuramente un discorso non per tutti e più per gli amanti dei concretismi caustici e dell’improvvisazione apparentemente meno intellettuale e più genuina; in effetti non tutti si fanno le stesse domande, e meno ancora hanno il coraggio di non essere confortati dal non doversi dare delle risposte definitive. La cosa che conta, alla fine, è che questi quaranta minuti di suono riescono in modo sano a smuovere. O ancora più semplicemente, è un disco molto bello da ascoltare.

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