Daniele Santagiuliana – La Cupa (Looney-Tick, 2021)

Fra le tante identità che l’espressività di Daniele Santagiuliana assume o ha assunto (The Anguish, Anatomy, Kotha, Testing Vault, giusto per fare qualche nome) quella dei dischi a suo nome ci ha sempre particolarmente interessato per la qualità di forma e contenuti, tutti elementi che trovano conferma in questo nuovo lavoro che, nella lontananza dalle sonorità degli esordi, rivela la natura estremamente coerente e peculiare del progetto. Facciamo qualche passo indietro. Dell’album Jeremiad, del 2014, scrivevamo avere “il pregio di mettere in mostra un processo di maturazione non ancora compiuto ma fortemente indirizzato”; al tempo non potevamo sapere ci si sarebbe spinti tanto in là. “Una manciata di canzoni belle e dolenti dove, all’atto dell’ascolto, il secondo termine si impone sul primo; non ce ne vorrà l’artista, sicuramente conscio di quanto il dolore si presti ad essere rappresentato in bella forma”, questo era, per noi, l’EP Imbecile (sempre 2014); avevamo colto – troppo facile – il fil noir del progetto, ma saremmo stati smentiti, a lungo andare, riguardo alla bella forma. Al tempo il genere prescelto per trasmettere tali sentimenti era un convincente dark folk, debitore del Jonny Cash delle American Recordings e degli Swans più tenebrosi (quelli, ad esempio, della raccolta Various Failures): “Questi album rappresentano un po’ il fulcro dell’opera di Santagiuliana, il momento dove l’artista si mette a nudo e dal quale parte per rivestirsi con gli abiti degli altri progetti”, scrivevamo per Doppelganger (2015), disco al quale sarebbe seguito un periodo di pausa durato un intero lustro. Confinement, pubblicato lo scorso anno (e da noi colpevolmente trascurato), era un album che, pur senza operare una completa cesura, segnava una netta virata verso una forma sonora meno definita: elettronica sporca e densa ai confini del dark-ambient, dove gli strumenti tradizionali sparivano e solo un recitato carico di cinismo contribuiva a mantenere un legame col passato; già nei lavori precedenti avevamo occasionalmente ascoltato soluzioni simili, ma mai con una simile radicalità ed estensione. Oggi, AD 2021, La Cupa recupera in parte quelle atmosfere ma si presenta spoglia anche della voce; l’artista è solo un nome sulla copertina (qui nemmeno, a onor del vero) e un’anima che si agita dietro agli strumenti: un Santagiuliana così scuro non lo avevamo mai ascoltato. La bella forma è ormai definitivamente morta, al suo posto droni immobili, field recordings materici e una viola vibrante, capace di assumere toni lugubri e sofferenti (pensate al Cale dei Velvet Underground più esoterici): è un suono che ci risucchia in una stanza buia, dove la luce del giorno trapela sottile dalle fessure ma non consola chi vi è confinato, oppresso da un’aria pesante e tormentato da spettri che si agitano davanti agli occhi. Dal punto di vista artistico La Cupa è una summa e un punto d’arrivo: lo strumento ad arco è la propaggine estrema del folk degli esordi, la non-forma musicale la sublimazione in musica del dolore e il definitivo mettersi a nudo. Dal punto di vista umano, tuttavia, appare qualcosa di più: un punto d’arrivo che sembra tanto un punto di non ritorno. Che, ovviamente, non significa “fine”.

P.S.: A conferma di ciò, è indispensabile segnalare l’esistenza di un’appendice al disco intitolata appunto La Cupa (Appendice) e pubblicata solo su Bandcamp, tra l’altro con un minutaggio superiore all’album a cui fa da coda. Gli strumenti in gioco sono gli stessi, uguali sono i toni scuri che pervadono il tutto e sempre assente è la voce; differisce però l’atmosfera: parlare di musica pacificata è forse eccessivo, ma certamente le composizioni sono animate da uno spirito diverso, come se all’evocazione dei propri fantasmi fosse seguita una presa di coscienza che consente di fronteggiarli. Si veleggia faticosamente su un mare minaccioso e verso orizzonti lividi. Ma si veleggia.

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