Daniele Santagiuliana – Jeremiad (Looney-Tick, 2014)

Da queste parti Daniele Santagiuliana l’abbiamo ascoltato per la prima volta sui dischi del duo Deison & Mingle: esoterico in stile Coil nell’EP Low Blood Pressure, perfettamente calato nella parte nell’album Everything Collapse[d], alle prese con una cover degli Swans. In realtà è attivo da qualche anno sotto vari nomi (Testing Vault, Pariah e Anatomy fra gli altri) e con diverse collaborazioni di valore (Simon Balestrazzi, Corrado Altieri, Gianluca Becuzzi, Egida Aurea…) e questo è il secondo disco a suo nome.
“Album acustico” lo si definisce nel comunicato stampa; tecnicamente è vero, in Jeremiad troviamo solo voce, chitarra e un vecchio organo Farfisa, ma il suono è spesso così cupo, le cadenze così funeree,  da far perdere agli strumenti quasi ogni connotato originale. Su questa base aleggia la voce, non fosse che il termine aleggiare suggerisce una levità qui del tutto assente: quella di Santagiuliana è una vocalità bassa e profonda, che viene dalle pieghe più nascoste dell’anima ancor prima che dalle cavità orali; fanno fede i testi, pervasi dal senso della caduta e della discesa verso il basso. Due sono i modi in cui la materia viene affrontata: uno più classico, potremmo dirlo folk noir, che avvicina il nostro al Michael Gira più crepuscolare e trova il suo apice nella suggestivan Bedlam; l’altro, stilisticamente meno definibile –antico e avanguardistico allo stesso tempo- è quasi privo d’arrangiamento, con la voce a reggere tutto. Il paragono più prossimo è Scott Walker: diverso il timbro ma simile la capacità nel costruire brani assolutamente completi utilizzando pochissimi elementi (un battito, una pennata). È in pezzi coraggiosi come Little Led Red Light e My Last Will, dove i legame coi modelli di riferimento si allenta, che emerge la personalità di un artista capace di mettersi a nudo e mostrare una cifra personale. Contrariamente alle altre composizioni, questi non chiedono di essere ricordati, non ci danno appigli o melodie, ma ci si parano davanti sempre nuove e tremende, conducendoci ogni volta più in profondità. Equidistanti da questi due poli troviamo poi brani che incamerano elementi dell’uno e dell’altro, come Brother o The Sink Dream, che in un certo senso chiudono il cerchio. Jeremiad ha il pregio di mettere in mostra un processo di maturazione (e direi anche di emancipazione) non ancora compiuto ma fortemente indirizzato: un ‘opera al nero insolitamente chiarificante.

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