Daniel Menche – Melting Gravity (Sige, 2019)

Il ritorno di Daniel Menche con Melting Gravity continua a mostrare il costante avanzamento linguistico dello sperimentatore di Portland, uno stile riconoscibile costruito in anni di studio e pubblicazioni con una sua voce peculiare molto efficace. Un disco che segna un ulteriore scarto concettuale che non può essere apprezzato con un colpo d’occhio rapido, ma richiede un’immersione attenta e volontaria per leggerne la profondità.
A differenza del precedente e mastodontico Sleeper, tripla uscita che spandeva le concezioni sonore di Menche in un largo spettro di soluzioni, aprendo in alcuni frangenti anche a un taglio musicale più esplicito, questo nuovo lavoro riesce invece a sintetizzare con premeditata concisione molteplici pulsioni, dando tuttavia un respiro molto ampio allo sfuggente concetto che lo guida.
Un armamentario di onde FM, manipolazione di strumenti a corda e oscillatori costruisce un’impalcatura che armonizza elementi collidenti in due coinvolgenti tracce ambient-drone. Una cura del suono perfettamente pertinente e funzionale dove la presenza del rumorismo è sublimata in uno scorrere incessante ed essenziale dal sapore industriale mantrico; un procedere rallentato fatto di graduali variazioni di volume, che può anche essere visto come una sorta di minimalismo aumentato. E in effetti si può definire nel modo migliore il suono per ossimori, vista la sua capacità di essere ipnotico e inquietante, liquidamente meditativo ma duramente consistente allo stesso tempo. Il merito è della calibratura perfetta delle dinamiche e dell’ottimale miscelazione delle frequenze, marchi di fabbrica di Menche che qui dipingono con disarmante precisione quell’irrisolvibile tensione tra ascendenza materica e pressione gravitazionale, tra sublimazione terrena e impossibilità di sfuggire alla corporeità; un richiamo a uno spiritualismo laico e umano che anela a superare il guado della “pesantezza” esistenziale.
Un lavoro di alto livello che riesce a contenere nel suo perimetro autoconclusivo una fluidità strabordante senza tuttavia perdere un solo battito metaforico del suo fluire.

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