Club Voltaire – The Escape Theory (LaFleur, 2014)

Cinque anni fa quattro comaschi hanno fatto incontrare la loro passione per il sound della Swinging London e l’indie pop e hanno modellato un progetto il cui nome si ispira al Cabaret svizzero dove – nel 1916 – è nato il Dadaismo. The Escape Theory è il primo album dei Club Voltaire, segue tre interessanti ep – l’ultimo dei quali è una rivisitazione in chiave elettronica di pezzi tratti dai primi due – e si propone con una decina di tracce che si iscrivono perfettamente nel mood 60s: ritmi pari e chitarre dai suoni quasi sempre puliti e precisi – ampli Vox docet! -, sintetizzatore q.b. e coretti e intro dal sapore beatlesiano (Weller, oltre ad esser il cognome del padre dell’ondata anni 80 del movimento Mod, sembra una ghost track uscita da Rubber Soul) e piacevolissime trovate che alternano un pop blues-rockeggiante – Don’t!– a una sana impronta più melodica – Back In Time o l’eccellente Friday 3am -. E’ chiaro, i primi Stones, The Jam, i Blur meno sperimentali, Oasis e forse altre band minori britpop tipo i Travis, spuntano qua e là in qualche riff o giro vocale, ma i ragazzi sanno davvero il fatto loro e l’effetto finale è, a mio parere, quello diaver un album proprio ben studiato e suonato, pronto per essere radiofonicamente passato in heavy rotation (ok, so che sembra incredibile, ma io, su dieci tracce, proporrei dieci papabili singoli!). E’ da notare che i Club Voltaire non sono solo validi musicalmente: qualche anno fa sono stati premiati dal MEI per l’innovazione tecnologica avendo distribuito, in occasione dell’uscita di un singolo, una eco download card biodegradabile realizzata con carta riciclata che conteneva semi floreali. Poi, beh,aggiungiamo che l’artwork del disco, dove la protagonista è una Citroen DS rossa, è veramente stilosa e quindi, per dirla con Gershwin, “Who could ask for anything more?”.

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