Adriano Zanni – Passato, Presente, Nessun Futuro (Under My Bed, 2020)

Passato, Presente, Nessun Futuro, l’ultimo lavoro di Adriano Zanni gioca su due livelli: quello musicale, con un CD di 13 tracce, e quello visivo, con un libro che raccoglie 90 fotografie in bianco e nero; conoscevamo già i due aspetti (I dischi usciti per Bronson e Boring Machines e la raccolta di foto pubblicata da quest’ultima) ma mai li avevamo trovati così strettamente legati. Non è comunque solo questa commistione a rendere complesso il lavoro. Partiamo dal titolo: nichilismo alla Sex Pistols o pessimismo leopardiano? Direi più un invito a concentrarsi sull’immanente, su ciò che è, che c’è stato e che continua ad essere. Ce lo dice la musica, un po’ la summa di quanto prodotto da Zanni fino ad oggi (non a caso i brani sono stati concepiti fra il 2002 e il 2019), e ce lo raccontano le fotografie, estremamente varie come stile e soggetti: alcune sono sorprendentemente trovate e cristallizzano un attimo (la lucertola sul muro, il dirigibile contro il cielo grigio), altre appaiono ostinatamente cercate, a rappresentare un tempo più lungo (le grandi torri di raffreddamento, gli alberi stilizzati). Se il suono sia pensato come colonna sonora delle immagini non è indicato nelle note di copertina, lasciando la scelta dell’ascoltatore/osservatore, ma sicuramente la fruizione sincronica non è indispensabile: i brani sono totalmente autonomi, capaci di evocare sensazioni e suggerire storie. A volte è il dinamismo a caratterizzarli, come nei crescendo di field recording in loop di Melancholysm o l’improvviso sussulto che trasforma Rivolti A Oriente da soundscape soffuso a rumoroso quadro sintetico; altrove sono le sensazioni evocate a renderli riconoscibili, nell’incomunicabilità ambient di Foto Dal Finestrino, appena scalfita da qualche suono più accomodante, o coi suoni spettrali che marchiano Non C’è Nessun Dio Quassù e la più ritmica e free I Giorni Di Myspace. Proprio i battiti, non sempre portatori d’ordine, segnano alcuni degli episodi migliori del disco: quelli glitch e scomposti di 2002, Nessun Social Network, il quasi dub che chiude la minimale Zone Temporaneamente Autonome (con My Dear Killer alla chitarra), quelli simili a contatori geiger che scandiscono È Questa La Fine Del Mondo. È però una volta dati un ascolto e uno sguardo attenti che qualcosa scatta e fra i due media si instaura uno scambio continuo e proficuo di suggestioni: quale oggetto fotografato ha prodotto quel suono? Dove ho visto una foto scattata dl finestrino? In quale paesaggio è stato registrato quel field recording? Così, senza che ci sia nulla di preordinato, ciascuno può, in modo personale e autonomo, calarsi nella materia per approfondire suoni e immagini, arrivando a combinarli e ricreando continuamente il lavoro. I possibili livelli di lettura, in fin dei conti, sono ben più di due.

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