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Pussy – Pussy Plays (Akarma, 2004)

Era il lontano 1969. Praticamente io stavo per nascere o – almeno – essere concepito. E usciva questo disco, che solo di recente è stato degnato della giusta attenzione e ristampato (su cd dalla Edsel nel 2001 e poi su vinile dalla nostrana Akarma). I più approssimativi li definiscono prog, ma chiariamo subito: i Pussy sono ben altro. Piuttosto siamo di fronte a una band freakbeat psych raffinata, con atmosfere scure e melanconiche. A questo aggiungiamo che tuttora, a 37 anni di distanza, non è nota l’identità dei musicisti che hanno fatto parte della band e suonato in questo disco (che incidentalmente è uno dei manufatti più rari dell’epoca, nella sua edizione originale: roba da 3-400 euro anche in condizioni appena decenti).
Partiamo benissimo quindi: il doppio mistero (rarità e identità dei musicisti non nota) è intrigante. E in effetti lo è anche l’album. Certo, non è un capolavoro in senso assoluto, dato che il calderone psych sfornò pezzi da novanta ben più abrasivi e ferrati in fatto di songwriting e arrangiamenti; ma i Pussy sono uno di quei gioiellini crepuscolari da gustare nelle sere di metà ottobre. Sanno di Inghilterra nebbiosa, di caminetti accesi, di case di campagna, di sconosciuti che bussano alla porta di sera per chiedere un bicchiere di vino, di gatti in acido che si aggirano per casa, di sbronze introspettive. E poi, però, sanno anche di organi Hammond, di theremin, di riff e linee cupe, di tempi marziali. Dategli un ascolto: non vi cambierà la vita, ma troverete un valido compagno per certe serate che noi sappiamo.

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