MAGIMC – Polishing The Mirror (Amirani, 2012)

Quando due personaggi noti del mondo free e sperimentale italiano (Edoardo Marraffa al sax tenore e sopranino e Stefano Giust alla batteria) incontrano un altro improvvisatore/tuttofare americano come Thollem McDonas al piano, succede che il suono si frammenta in tante piccole parti che mostrano al mondo come il caos in fondo abbia un suo ordine e dimensione sonora ben precisa. E secondo la fisica ci sono tutti i presupposti affinché MAGIMC, il sistema costruito dai tre musicisti qui sopra coinvolti, rispecchi le caratteristiche per definire un sistema dinamico come caotico:

– Sensibilità alle condizioni iniziali, ovvero a variazioni infinitesime delle condizioni al contorno (o, genericamente, degli ingressi) corrispondono variazioni finite in uscita.

E qui ci siamo, se consideriamo l’interplay tra i tre baldi musicisti e il loro adattarsi alle variazioni che loro stessi mettono in campo.

– Imprevedibilità, cioè non si può prevedere in anticipo l’andamento del sistema su tempi lunghi rapportati al tempo caratteristico del sistema a partire da assegnate condizioni al contorno.

Senza ombra di dubbio anche questo presupposto viene confermato dall’idea stessa di improvvisazione.

– L’evoluzione del sistema è descritta, nello spazio delle fasi, da innumerevoli orbite (‘traiettorie di stato’), diverse tra loro con evidente componente stocastica agli occhi di un osservatore esterno, e che restano tutte confinate entro un certo spazio definito.

E qui si va un poco sul complicato, ma quelle reminiscenze che ho degli studi di fisica e chimica all’università posso pensare ad una serie di orbite (in questo caso sonore e disegnate musicalmente dai tre strumenti implicati) e che restando confinate all’interno dello spazio dell’Ivan Illich, dov’è stato registrato il disco, creano un sistema finito che si concretizza nel giorno dell’esibizione.

Dai deliri fisici qui sopra elencati, spero si deduca quantomeno che è un live, registrato nella scuola popolare di musica in quel di Bologna che è l’Ivan Illich, dove Nicola Guazzaloca – che è anche padrone di casa – questa volta non si siede dietro al piano, ma al computer per editare e mixare il live in questione. Si parte da materiale ricco e variegato che viene lavorato in tempo reale per creare diverse e nuove forme che vengono a loro volta subito rimanipolate. Un lavoro dinamico, frizzante e molto denso, senza sospensioni e parti “morte”, in stile Ornette Coleman e le sue sessions di improvvisazione, ma non orchestrate. Peccato per la perdita del dettaglio di alcuni suoni e delle loro timbriche, che si perdono nella registrazione ambientale. Un bel biglietto da visita, che sottolinea ancora una volta come, anche nell’ambito improvvisativo italiano, ci sia ottima qualità. Anche se mi chiedo sempre se progetti simili non siano come sempre una meteora o se ci sia occasione di vedere stampato un seguito a questo lavoro, magari in studio, perché è proprio al secondo round che le cose si fanno difficili, soprattutto in questo ambito.

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