The Magik Way – Il Rinato (My Kingdom, 2020)

Sono probabilmente un caso unico gli alessandrini The Magik Way, fazione fuoriuscita dallo storico ensemble metal dei Mortuary Drape per dar forma a un’entità non facilmente inquadrabile, sia dal punto di vista della forma che dei contenuti. Attivo dal 1996 al ’99 e nuovamente dal 2012, il terzetto rielabora liberamente forme rock, tradizione cantautorale e pesantezza metal – incredibilmente ottenuta senza mai nemmeno sfiorare il pedale del distorsore – generando  una musica pulsante e dinamica, che trova nella forma-canzone, interpretata con discreta libertà, una struttura che ne esalta la forza anziché tarparne le ali. Occasionalmente fanno capolino riferimenti noti – il Ferretti più terrigno, il Capossela meno circense – ma il cammino procede sempre lungo traiettorie affatto personali, portandoci in territori inesplorati: è inevitabile sia così, perché ciò di cui Il Rinato tratta è qualcosa che ben difficilmente una musica convenzionale potrebbe veicolare. Il disco – diviso nelle sezioni Ossigeno, Calore, Giorno  e Coagulo, Rosso, Scuro – si presta a molteplici letture, delle quali il processo alchemico è, paradossalmente, solo quella più evidente: il racconto di una caduta, il ritorno a uno stato primordiale, il manifestarsi dell’hybris, la presenza del sacro immanente, sono alcuni dei temi che si intrecciano in un’opera complessa, scevra di ogni manicheismo e, al contrario, pienamente consapevole della coesistenza, nelle cose, di opposti non assoluti. Capita così che nella prima sezione domini la luce solare, ma intaccata dall’evocazione di incubi notturni e moti discendenti, mentre le immagini ctonie e scure della seconda parte sono squarciate da lame luminose e colate laviche. Non bastasse questo, il lavoro è disseminato di parole-chiave ricorrenti, semanticamente affini o associabili,  che schiudono sempre nuovi significati: sono riferimenti alla luce nelle sue varie manifestazioni, alla terra come principio e fine – utero e tomba – alla circolarità dell’esistenza, a creature mitiche e simboliche. Non fosse per questa evidente complessità, che pone l’ascoltatore davanti a una scelta non negoziabile – prendere o lasciare – Il Rinato sarebbe un disco assai fruibile, costellato com’è di momenti esaltanti che vanno dalle coreografabili Cometa Sole, Le Vampe e La Giaculatoria Del Doppio – ma parliamo di danze spigolose che disegnano nello spazio forme ancora una vola da decifrare – alle filastrocche stregonesche di Euforia Del Sangue e Il Sacro Dolore (con un tocco di lucida follia alla maniera del primo Teatro Satanico) per giungere, attraverso diversi altri brani riusciti, all’apoteosi di La Processione, dove litanie e balli circolari si incontrano ed hanno fine. Ma non è la fine. Un disco complesso come questo, classico eppure modernissimo nella sua essenzialità sonora, attuale ma potentemente contrario al tempo presente, non è concepito per dare risposte definitive ma per condurre l’ascoltatore interessato a un’immersione e a una ricerca incessanti: “seguire la propria cometa rinunciando a sé, nella certezza, un giorno non lontano, di ritrovarsi ancora”.

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