Bachi Da Pietra – Habemus Baco (Wallace/Tannen/La Tempesta, 2015)

Abbiamo il Baco, e sono già dieci anni, due lustri che Giovanni Succi e Bruno Dorella calpestano la terra, ben lungi dal tornarci, come invece recitava il titolo del disco d’esordio. A celebrare il compleanno ci pensa un 12”, il secondo in poco più di un anno, anche questo tutt’altro che un riempitivo.
Un buon modo per festeggiare una ricorrenza mi è sempre sembrato quello di non indugiare troppo sul passato e fortunatamente è proprio quello che fa Habemus Baco: un’occhiata veloce indietro, i piedi ben piantati nel presente, lo sguardo fieramente avanti; testi e musica portano i segni del tempo passato e a venire, una cosa che avevamo già notato in Festivalbug e che, a maggior ragione, ha senso qui. Il brano eponimo, in apertura, parte con quel blues notturno e torrido che caratterizzava il duo agli esordi, ma ben presto straripa in una tempesta di metallo che il baco covava da tempo nelle proprie fantasie ma alla quale, finora, non aveva mai avuto il coraggio di dar voce in maniera così esplicita. E proprio la voce, che degenera ben presto in un growl bestiale, ci spara in faccia un testo che centrifuga Dante, Orazio, il culto del rock’n’roll e Gesù Cristo, tenendo in equilibrio autobiografismo, autocelebrazione e autoironia. Tutta La Vita è un scheggia di hard rock ruffiano di quello che caratterizzava i brani migliori di Quintale e che a tratti echeggiare i Ritmo Tribale, ma il carico, ben oltre la mezza tonnellata, è il pezzo di chiusura, Amiamo La Guerra: vi farà venire voglia di bruciare tutto quello che vi sta intorno. Un doom industriale, roba mai tentata prima da queste parti, regge un testo del Papini futurista (e interventista) declamato con un piglio che porta evidentemente il segno dell’esperienza di Succi con La Morte; eppure, ad onta di tutto questo, siamo al cospetto di uno dei brani più genuinamente bachici mai incisi dai Bachi Da Pietra, che esalta quel vitalismo irrazionale, crudo e per nulla accomodante che è forse il lato più umano del nostro insetto. Lo avevamo incontrato subito, in Primavera Del Sangue (da Tornare Nella Terra), ma forse ci era sfuggito, era tornato in Lui Verrà (da Tarlo Terzo) ma dai più era stato frainteso; ora è qua e non possiamo ignorarlo, dobbiamo farci i conti. Il tempo c’è, come c’è per ricercare i tanti legami con la storia del baco e del mondo circostante nascosti in questi solchi di vinile bianco. E ci sarà, più avanti, per rileggere quanto qui ascoltato alla luce di quello che verrà. Lunga vita, dunque.

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