Mattia Coletti – Pantagruele (Wallace/Towntone, 2009)

Era da un po' che non sentivamo parlare di Mattia Coletti, o forse ero solo io che non ne sapevo più nulla essendo alieno a riviste, forum musicali "seri" e circuito indie e canali di "voi giovani e non più giovani d'oggi". Immagino che Coletti invece abbia continuato a lavorare alacremente alla costruzione del suo cammino e come succede in molti casi è passato dai furori free-noise dagli albori a cose sempre più "acustiche", daltronde che molti dei suoni di Coletti andassero ammorbidendosi un po' lo si presagiva già con Polvere, ma i dischi che produce con il suo nome di battesimo lo mettevano ancora più in chiaro.
Melodici sì, ma non avrei detto così tanto, infatti Pantagruele è così folk che lo consiglierei ai mai sopiti fan della Perishable, etichetta nella quale il suono di questo lavoro sarebbe perfettamente a suo agio. Root-folk americano quindi? Più o meno sì, un amico suggeriva Orso e per quanto manchi tutto quel Banjo non mi pare un parallelo fuori luogo, ma anche altre cose del giro di Tim Rutili and friends e con dei risultati davvero belli. Parlavamo di grandi risultati dato che Coletti, oltre a dimostrare nuovamente di essere capace a scrivere canzoni (anzi direi che si tratti della dimensione che preferisco, dato che pur apprezzando i Sedia non mi parevano sempre a fuoco), arrangia e si fa arrangiare in modo brillante, proprio per questo bastano due interventi di batteria di Michele Grassi, alcune folate di Paolo Cantù ed uno splendido piano di Alberto Morelli per far staccare brillantemente in avanti questo disco rispetto a Zeno. Il parallelo fra primo e secondo lavoro è persino azzardato dato che Pantagruele è così accessibile che lo potrebbe ascoltare chiunque, se poi aggiungete che non dura troppo, ma il giusto e che ha assemblato un'ottima alternanza di pezzi super soft e tracce leggermente più andanti, capirete perché l'alta fruibilità sia la chiave d'accesso di questo disco. Solitamente non sono un fan dell'indie folk con taglio americano, più che altro è un mercato/scena/circuito ultra saturo di gente magari brava ma non eccezionale, anche Coletti è perfettamente inserito nel contesto, ma ha qualcosa di più di molti, molti altri.

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