Zöj – May The devil’s ear be deaf (Parenthèses, 2026)

Torniamo sugli Zöj prima che domani prendano il palco vicino a noi, per capire quale sia la direzione intrapresa da Gelareh Pour e Brian O’Dwyer.
La prima notizia, pur annunciata, è che la chitarra di Brett Langsford non appare, lasciando maggiormente libera la voce di scappare, su un suono che rimane nebuloso, caldo, una sorta di vapore dal quale esondano gli Zöj. La voce di Gelareh suona misteriosa, calibrata e calda in una Termites, pronta a sfidare il demonio in un atto coraggioso. Difficilissimo non farsi avvolgere completamente da questi quattro lunghi brani, diversi per panorama rispetto al precedente album, più secchi e sinceri. Godono delle registrazioni in presa diretta, senza nessun overdub, confermando la grazia che un progetto come il loro riesce a mettere nella loro personale esplorazione sonora che pare essere senza fine. Un movimento che è il dialogo stesso fra Brian e Gelareh, quella consapevolezza non verbale di dover arrivare altrove, muovendosi grazie alla loro musica, splendida mistura fra le percussioni sommesse e calde e e la vitalità agreste del kamancheh, malinconico ed evocativo. Sarà perché il disco è stato registrato in Canada, lontano dai loro luoghi, l’Australia e l’Iran alla quale la voce guarda, ma i brani sembrano ponti più che esplorazioni, ponti che riescono ad incanalare la personalità di un progetto in una semplicità intensa. E se una delle più belle carezze sonore si intitola Woe to the ear, guai alle orecchie, appare chiaro come i problemi possano sorgere soltanto alle figure citate nel titolo dell’album. La conclusione di questo disco è lasciata a She sleeps with genies, dove le corde e le pelli sembrano unirsi a respiri lontani, prima con rintocchi solitari, poi avvicinandosi sempre di più fino a levitare in un impasto gustoso e delicato. Saremo ancora al sicuro? Il diavolo avrà sentito? Crediamo che la coerenza e la bravura possa vincere su tutto, Brian e Gelareh ne hanno a pacchi, punteremmo comunque su di loro.