Pur non essendo coinvolto personalmente nell’organizzazione del concerto, a cura di Journey, ente itinerante nato dal Grin Festival, sono comunque teso per l’esibizione di Danilo Ligato e degli Zöj nella serata prestiva e piovosa. Danilo ha annunciato che lascerà la chitarra a casa e che suonerà quel che potrebbe diventare il suo nuovo disco, mentre May The Devil’s Ear Be Deaf degli Zöj è storia di soli dieci giorni fa.
I concerti sono introdotti da Nico Fibbioli, l’organizzatore, ed anche Danilo prende la parola per accennare a quello che sarà sul suo percorso, fra paesaggio sonoro, le fonti di Roberto Leydi che già utilizzó in Vurga ed il vento. Un viaggio di trenta minuti che trasporta letteralmente il pubblico nell’operato del musicista: non vedevo Danilo esibirsi da tre anni e mezzo e con suo fratello gemello ragionavo spesso sulla sua potenzialità e sul suo approccio al live e vederlo attento e curioso ai pad ed agli insiemi sonori in costruzione è qualcosa di emozionante. Il pubblico si attesta sulla quarantina di presenze all’incirca ed è attento e lieto di farsi guidare in questo viaggio. Spesso curiosando le espressioni rubo sguardi intrigati e concentrati alle minime movenze di Danilo, al risultato dei suoi movimenti ed ai collegamenti sonori dei suoi gesti, che è quanto di più bello si possa aspettare da un live show del genere (qualcuno addirittura accenna giri di dita umide sui bicchieri). Non servono immagini, non servono suggestioni esterne, è un uomo col suo suono, col suo mondo, che ci invita ad entrare nel suo percorso senza che diventi un laboratorio ma resti al contrario il mistero della magia e della bellezza. C’è qualcosa non di infantile nel suo operare ma di semplice, di naturale nel toccare i tasti ed i cursori, creando un viaggio insieme al vento, co-protagonista muto e diretto di una esibizione fatta per lo più di movenze e di gesti precisi atti ad uno scopo. Un viaggio che sarà molto interessante vedere trasferito su disco, qualora la decisione di Danilo andasse realmente in questa direzione.
Il tempo di una velocissima pausa al bagno (maledetta birra) e Gelareh e Brian hanno già iniziato a suonare. La stazza del batterista sembra non collimare con la sua delicatezza, che gli permette di costruire uno sfondo sopra al quale il Kamancheh viene mosso e percosso, suonato e vibrato con un risultato soave e trascinante, quando l’archetto si sposa con i battiti è movimento, è un viaggio drammatico perché reale lungo spazi che non dobbiamo immaginare, ma sono rappresentati qui ed ora. Parlando con lo stesso Danilo citiamo al volo Velvet Underground e La Tène con in più tutto l’apparato mediorientale che dà all’esibizione un taglio personale ed unico. Il Kamancheh a tratti sembra piangere, a tratti sembra la figura di un viso con tutte le sue rughe, un viso per il quale là batteria è il cuore provato ed insistente. Assistere al dialogo fra i due musicisti impressiona, in una mescolanza che non sappiamo quanto pianificata e quanto introiettata e spontanea sia. Qualunque sia il loro approccio al percorso le modalità dei due musicisti si sposano in maniera perfetta e quando Gelareh inizia a cantare basta una linea per destarci. Mi accorgo di come una signora abbia scelto di sdraiarsi su di una panchina, immergendosi del tutto nel suono, poi risalta un colpo di tosse. Siamo a metà del concerto e mi accorgo di come sia possibile fare altro, avendo la garanzia che la musica espressa dagli Zöj non diventi sottofondo ma anzi, rafforzi il mondo che si muove attorno alla sua esibizione, come le persone viste alla fermata del bus fuori dalla finestra.
Voce e suono, linee che si accavallano e sembrano ripetersi lasciandoci il dubbio perenne su quale sia il presente del gesto dei musicisti, le pelli della batteria utilizzate in maniera materica a creare bordoni e drones che non pensavo possibili. I piani di protagonismo dei suoni cambiano, con la voce che diventa eco ed il rintocco che prende la scena, in un’azione sospesa, mai tesa, nella quale viene automatico fermarsi e rimanere a bocca aperta per l’emozione. La sapienza con la quale i suoni vengono reiteratamente riutilizzati fanno sì che l’esibizione del duo non esca mai dai binari ma rimanga minimale, precisa e delicata. Il crescendo nel quale Gebraleh e Brian decidono di avventurarsi è lirico ed intenso e per qualche minuto la Line melodica emessa dalle corde sembra diventare leit-motif cinematografico, pronto ad esplodere nella conclusione del suo percorso. Il silenzio è solo di un secondo, prima che scrosci di nuovo un applauso che sembra interminabile ma è del tutto meritato, per due concerti incredibili.
Zöj + Danilo Ligato, Sala grande La Fabbrica, Losone, 10.05.2026
