Zoh Amba – Eyes Full (Matador, 2026)

Forse non conoscere Zoh Amba a questo giro è un vantaggio. Non dovremmo pensarla come una sassofonista che imbraccia il cantautorato ed il folk tornando a casa ma solo goderci Eyes Full ed il panorama del Tennessee, che già apprezzammo parecchio con Steve Austin. Qui il canto è più sguaiato, maleducato nella sua melodia, riuscendo a chiudere brani che sono piccoli classici istantanei. Dopo l’uno-due iniziale che setta le aspettative in maniera molto alte su supera con una Dead End Street che è disperata ed accorata, proprio come ci immaginiamo Zoh nel fare questo disco (da lei autoprodotto, dopo aver già lavorato con John Zorn e Jim White per buttare giusto un paio di nomi). Il tiro si fa roco ed oscuro, quasi come se Zoh svelasse un’anima segreta dietro al folk brullo in una Thousand Years carica e distorta. Poi svergola entusiasticamente e si percepisce la libertà creativa che rinforza il suo essere, in brani dove l’equilibrio viene scalzato dalla personalità. Acuti e smorfie che vengono amplificati, prendono corpo in un rock di campagna che sembra aver legato gli R.E.M. ad un covone di paglia pronto ad essere attizzato per divertirsi un lunedì sera nella meravigliosa title track. Ballate tremebonde fuori fuoco, luci ed erba, la sensazione di seguire una creatura ribelle e libera. Certo, a volte finire in crateri bui è un secondo e quando il sassofono appare sono striduli che fanno accapponare la pelle inseguendo Child You’ll See ma non cambieremmo per nulla al mondo questi attimi di paura se ci portano a lande free dove è pura anima ed animale il suo correre libera come in PG Tips. Formidabile.