Zist – Professional Quitter (Hvergelmir, 2025)

Sono passati giusto un paio di mesi da Noianoiser che Zist si rifà vivo con un disco nuovo di pacca, Professional Quitter. La voce baritonale è sempre quella di Riccardo Priatti e l’impianto musicale sembra essere rimasto quello fragile e scassone, in grado di riuscire ad azzeccare i movimenti creando una via blues vicina al lo-fi più delicato. DINNER è fulminante e da lì si parte in una discesa che unisce rock, r’n’b e blues psichedelico e marcio, quasi come se avessero trovato delle registrazioni in qualche eremo lontano dalla società imperante. C’è un attaccamento al passato che calza a pennello, fra l’handclapping ed il banjo di MOON ed il canto strascicato in osteria di PRETTY (forse il brano più pop del lotto?). Prianti, ormai lo abbiamo capito dalle produzioni, è musicista in grado di dettare le proprie mire e le proprie opere in maniera molto chiara fra gli Sgrollers che accompagnano Tab_ularasa ed i Weekend Martyrs insieme ad Elia Lazzerini ed a Giulio Maria. Zist è invece la sua creatura o forse è Riccardo ad essere la creatura di Zist progetto che, al contrario dell’etimologia (in francese essere tra lo ziste e lo zeste significa essere una via di mezzo, un incerto) scava a fondo nel solco sporco ed antico del suono. EYE è punk nell’anima mentre HOTEL è il brano da presentare dopo il terzo bicchiere vendendolo come un 7” del 1963 della Mart Records. In dieci brani non c’è una caduta di tono, di stile, di faccia. Professional Quitter è un disco pericolosamente fedele ad un’idea di musica personale e passionale e Zist è ormai pronto a raccogliere quanto fatto nei secoli per spemerlo in un presente che dovrebbe rispondere al meglio a questo sporco passato. Impossibile rimanerne indifferenti, impossibile non ondeggiare alla melanconica RIVER che chiude il disco. Comunque qui abbiamo finito, la campana suona, ultimo giro di moonshine, niente cicchetto per chi ha rotto i coglioni e non ha fatto i cori e gli ululati a Professional Quitter.
Difficile dire che succederà ora, potrebbe arrivare un altro disco fra un mese oppure non sentire più di Zist, ma teniamocelo lì, come perla sporca ritrovata nel greto dell’Arno.