The Young Gods – 3/11/2018, Workout Pasubio (Parma)

Il Rumore Del Lutto, festival che indaga i confini fra vita e morte, è ormai un appuntamento fisso dell’autunno parmigiano, sempre generoso nel regalare eventi che comprendono conferenze, teatro, cinema, letteratura e, ovviamente, musica. Dal punto di vista concertistico questa edizione ha regalato il ritorno in Italia dei Killing Joke e una suggestiva esibizione della Camerata Mediolanese davanti a un pubblico in obbligatorio abito nero; oggi invece tocca agli svizzeri Young Gods, eroi di gioventù che non posso pthe young gods live 01erdere. La sede è quanto mai adatta, una vecchia officina meccanica sovrastata da un alto argine su cui corre la ferrovia; siamo in quella che all’inizio del Novecento era la prima periferia e che oggi è un’area alla ricerca di una faticosa riqualificazione alla quale eventi come questo possono certamente contribuire: stasera la presenza di figure ancora una volta nerovestite è un segno di vita. L’interno del Workout Pasubio porta ancora i segni dell’antica funzione, spazi enormi entro cui si è ricavato un bar, un’area video/DJ e la sala concerti, ambienti che occupano tuttavia solo una minima parte dell’enorme complesso post-industriale. Fra l’umanità dispersa nell’enorme area fa piacere scorgere qualche volto giovane (l’età media della platea sarò inevitabilmente piuttosto alta), meno piacevole è notare che il pubblico non è numerosissimo nonostante la caratura della band che si esibirà; se però penso a quanti pochi riconoscimenti gli svizzeri abbiano ottenuto, pur avendo scritto i primi, fondamentali capitoli della storia del rock industriale,  i conti purtroppo tornano. Poco dopo le 22.30 i tre non più giovani dei prendono posizione dietro i rispettivi strumenti. La scena è scarna: a parte la muscolosa batteria di Bernard Trontin solo l’asta microfono e il trespolo del sintetizzatore e laptop di Cesare Pizzi occupano il palco. Franz Treichler imbraccia la chitarra e per i primi minuti guida il gruppo attraverso un art rock raffinato e piuttosto soft, sporcato di elettronica e giusto un filo scosso dai ritmi della batteria: credo siano pezzi nuovi, ma devo ammettere di non essere troppo ferrato sulla produzione recente della band. I primi due brani non entusiasmano – sono forse più adatti all’ascolti su disco che non a un live – ma rappresentano una scelta sensata e dignitosa per un gruppo i cui membri storici veleggiano verso i 60 e che della commistione fra umano e digitale ha fattothe young gods live 03 la sua bandiera: in fin dei conti, piuttosto che un patetico scimmiottare sé stessi in gioventù, può andar bene anche così. È a partire dal terzo pezzo che la faccenda cambia in maniera inattesa: la chitarra è deposta ai piedi della batteria e la sua voce delegata al campionatore mentre, come ai vecchi tempi, Treichler si occupa solo del microfono. I ritmi serrati e le spigolosità di Crier les chiens, da L’Eau Rouge, sferzano la platea che, dopo un attimo d’esitazione, risponde all’unisono come scossa da una scarica; sul palco il frontman sembra tarantolato e gli altri due macinano cinicamente i ritmi che riempiono di elettricità l’intera sala. Da qui in poi assisteremo a un altro concerto. La selezione dei classici procede senza cedimenti, anzi, in costante crescendo,  col cantante che orchestra il tutto portandoci spesso sul limite del precipizio ma senza mai farci spiccare il salto, mantenendo costantemente il controllo della cerimonia: nel giro di un’ora ascoltiamo Gasoline Man, Skinflower e Night Dance da TV Sky, L’Eau Rouge dall’album omonimo, the young gods live 02Kissing The Sky da Only Heaven, L’Armourir e Envoyé dai singoli degli esordi. Le premesse dell’inizio si sono ribaltate: il temuto “patetico scimmiottare sé stessi in gioventù” è in realtà la celebrazione di un qui e ora dove non conta che i pezzi che stiamo ascoltando abbiano ormai trent’anni o che i suoni dell’oggi siano altri: gli Young Gods ribadiscono, senza possibilità di errore, che questo è il loro territorio e quello che si ascolta qui non è legato a un tempo specifico ma a qualcosa di più profondo a cui loro sanno attingere. L’età non conta: come in ogni rituale tutto si ripete immutabile senza che un grammo di forza vada perso, la tecnologia rianima l’istinto e i ritmi meccanici guidano le danze tribali sottolineate dalle movenze, in equilibrio fra lo sciamano e il giullare, di Treichler. Più volte si toccano vette di notevole intensità e anche se il finale, con tanto di bis, torna ai toni soft dell’inizio, ormai quello che abbiamo ascoltato ci ha segnati nel profondo: non ci basta, ma ci accontentiamo. Per i tre svizzeri questo è stato l’ultimo concerto dell’anno, poi si fermeranno e si concentreranno su un disco nuovo. Non possiamo sapere come sarà, ma se anche solo darà loro la scusa di tornare sul palco per un nuovo tour, allora è già da adesso il benvenuto.

Foto di Elena Krasyukova

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