Non proprio musica da spiaggia, quella dei canadesi Yeti On Horseback, ma pensatela in questo modo: andare lenti vi aiuta a non sudare. Poi certo, portare dei pesi non è la cosa migliore di questi tempi – e, nella musica della band dell’Ontario, di pesantezza ce n’è a bancali – ma, alla fine, è tutta questione di esercizio.
Se li guardate, questi cinque redneck con cappellini da baseball e barbe lunghe, potete solo immaginarli alla guida di un enorme autoarticolato o su un trattore da 40 tonnellate, e non è detto che non sia così. Quel che è certo, è che sulle autoradio dei loro mezzi hanno macinato post-metal, doom e sludge fino allo sfinimento; in particolare, direi che hanno consumato certi titoli del catalogo della Neurot – dai Buried At Sea agli Ufomammut, passando dagli immancabili Neurosis – e una volta assimilato quel suono nel profondo, hanno estrapolato le parti più lente e il cantato a due voci, hanno azzerato ogni dinamica e ogni sfuriata apocalittica, hanno abbassato ulteriormente accordature e bpm e se ne sono usciti con una musica fatta solo di lentezza, pesantezza e sofferenza. Nell’album precedente, quello d’esordio, qualche momento rarefatto, qualche ritmo mid-tempo, davano all’ascoltatore un senso di sollievo, per quanto illusorio; in Traditional Addictions – sarà che l’effetto delle droghe, chiamate a raccolta nella traccia d’apertura, non è stato dei migliori – non c’è via di fuga dall’apnea nella quale il gruppo ci precipita. Nei quattro pezzi che si spartiscono i 47 minuti del disco, non troverete tentazioni psichedeliche né il protendersi verso il cosmo di certo stoner rock; non c’è l’intenzione meditativa, per quanto oscura, di Buddha Rising o YOB e nemmeno i cambi di tempo che danno ossigeno agli album degli Sleep o degli Electric Wizard; infine, non si tenta la dissoluzione della forma praticata dai Khanate. Qui, al massimo, vi sono concessi: due minuti di relativa stasi a metà di Drug Addict, ma quando la tensione sta per esplodere e il pezzo riparte, si viaggia ancora più lenti di prima; un assolo rockeggiante nel minuto finale di Mariner’s Lament, incapace di risarcire del dolore inferto; qualche linea melodica che emerge, a fatica, dal fango di Through With This Flesh; l’inizio sognante di Erotic Goth Dad, controbilanciato da un finale ripetitivo, ipnotico ed ossessivo. Il resto è un pachiderma che avanza alla moviola, facendo assumere al gesto di suonare lentissimi e pesantissimi senso in sé, trasformando l’atto in rituale e la pratica in culto, un culto del quale gli Yeti On Horseback, sono gli unici sacerdoti. Lunga vita a loro, dunque. Lunga, lenta vita.
Yeti On Horseback – Traditional Addictions (Autoprodotto, 2026)
