William Tyler – Time Indefinite (Psychic Online, 2025)

Di William Tyler conosco più la storia che la carriera. Losangelino, turnista e collaboratore per Lambchop e Silver Jews, figlio d’arte di Dan ed Adele Tyler, entrambi musicisti ed attivi negli anni ’90. Il figlio in realtà incide e sperimenta a partire dalla prima metà degli anni duemila debuttando con uno split su nastro per poi inanellare un discreto numero di album fra Tompkins Square e Merge, oltre ad uno split con Ben Chasny, un lavoro a quattro mani con Marisa Anderson ed un live da Third Man Records, corredato da un lavoro collettivo insieme a The Kills,The Dead Weathers e The Raconteurs. Non ho preso tempo rispetto a Time Indefinite, fidatevi, anche se finora non abbiamo parlato della musica di William, mio coetaneo e musicista dal tocco invidiabile, dedito a quella lingua di musica dove la musica si dilata e viene assorbita dalla psichedelia pur mantenendo gli assunti di partenza del folk e del country. I brani dell’album sono prolungati e luminosi, mai prolissi ma funzionanti ad un diverso giro, diciamo che tra il 45 ed il 33 qui potremmo essere ad uno splendido 28, illuminati dalla luce del crepuscolo, sembrano letteralmente sciogliersi al sole. La musica di William Tyler sembra essere il ricordo di note ed armonie scomparse anni addietro e che hanno lasciato soltanto una parvenza di sé fra i solchi di un disco. Time Indefinite come piano temporale avulso al presente, angolare e non lineare, magicamente avvolgente e ricolmo di un’energia a bassa intensità ma continua come la marea che rinfocola il bagnasciuga. Un disco che avrebbe dovuto essere altro, che ci parla di William che lascia Los Angeles per Nashville dove l’intenzione è quella di registrare un album con Kieran Hebden (insieme incisero Darkness, Darkness due anni fa) ma tutto cambia, ed alla fine è il produttore Jake Davis ad accompagnarlo nelle registrazioni di un disco talmente sottile da rischiare di essere sottovalutato. Mai errore potrebbe essere più grande, considerando che durante lo scorrere di questo disco non c’è momento meno che ispirato, coeso ed immaginifico di quanto uscito dalle strumentazioni di William Tyler.