When traditions meet synthesizers. Alfio Antico, Colapesce, Mario Conte, Triennale, 31.03.2026

Pirchì?
Rapu la finestra
e mi lavu la facci
Ucchiuzzi di celu
ca sapiti ben guardari
Di supra e sutta
pi tant’anni vui ci abitati
Tra scuru e luci
sapiti sempri vui criari
Nun ci luvati l’aria a l’aceddi
sinnò nun ponnu vulari
pirchi, pirchi, pirchi, pirchi?
Terra ca ti taliu
si sempri comu na minna
ca mi duna latti
puru quannu non tegnu siti
Nun ci luvati l’aria a l’aceddi
sinnò nun ponnu vulari
pirchi, pirchi, pirchi, pirchi?
aria*

Siamo nel tempo, trascinati da qualcosa che ci sfugge, inconsapevoli, e poi per nostra fortuna accadono cose che rompono questo moto inconsapevole e aprono fessure e, in certi casi, varchi di altro tempo, di altri mondi. Ieri sera il tamburo e la voce di Alfio Antico sono stati proprio questo: una potente e commovente spaccatura nel tempo e nello spazio. Impossibile raccontare qui tutta la carriera e la vita dell’artista lentinese. Portatore consapevole di un tempo e di un mondo diverso che però, dalla prima pulsazione, risuona anche come nostro.

Se tutto è vibrazione, Antico si fa strumento della vibrazione cosmica, ma una delle sue grandezze più sorprendenti sta nella compresenza, potentissima e quasi unica, di tragedia e commedia, dramma e ironia, che convivono nello stesso respiro del canto. Il suo narrare è un fiume in piena, impetuoso, che nel placarsi si fa dolcissimo, fino a toccare quel silenzio della natura notturna che segue una giornata estiva torrida d’agosto. Grazie a Elasi, curatrice di When traditions meet synthesizers, ieri in Triennale si è tenuto un rito vero e proprio, quello che poi la musica è nella sua massima espressione: che sia un rito d’amore, di guerra, di perdita o di gioia poco conta, ma che sia messa in essere di pulsioni profonde che risiedono in tutti noi è quello che conta.

Ad accompagnare Antico c’erano Colapesce alla chitarra, percussioni, campionatore e uno stuolo di pedali, e Mario Conte ai sintetizzatori e a un mixer, dove la voce di Antico, grazie all’uso sapiente di delay e altri effetti, si è moltiplicata in centomila voci, lontane e vicine, diventando strumento all’ennesima potenza. Colapesce straziava la chitarra con l’archetto mentre percuoteva un tamburello, e Conte creava profondi fraseggi circolari, rendendo il tutto ancora più rituale e visionario. A tratti, grazie ai sintetizzatori di Conte, ho respirato l’aria di Sulle corde di Aries, e le voci di Antico e Colapesce, intrecciate in trame antiche, si sono fuse in un’unica voce bellissima, che magicamente evocava quella delle sirene che ammaliavano il fragile Ulisse.

Il concerto ha riproposto in maniera quasi integrale Antico, disco del 2016 prodotto da Colapesce e suonato assieme a Conte, questo anche perché a breve verrà ristampato. Bello e prezioso anche il racconto fatto dagli artisti di come è nato ed è stato registrato quel disco. Il concerto è durato circa quaranta minuti ed è stato intenso, diretto e sanguigno. Un folto pubblico partecipe si è emozionato e lasciato trasportare nei luoghi arcaici e luminosissimi di Antico, della sua infanzia e della sua erranza pastorale. Urciullo, scherzando, ha chiesto al pubblico se avesse compreso i testi e qui sta la chiave, perché probabilmente tre quarti del pubblico non ha capito nulla delle parole in dialetto stretto ma allo stesso tempo ha capito tutto, perché qui sta la forza, la potenza unica dei dialetti e della musica tradizionale quando suonata con rigore e attenzione, che viene compresa su un altro piano, quello che accomuna tutti, quello emozionale, quello che in maniera sotterranea ci lega. E dunque la musica di Antico, pur non capendo i testi, porta tutta la sua storia, il suo vissuto, il suo essere mondo a tutti; ne percepiamo i sentimenti profondi, gioia e tragedia.

L’artista ha più volte ringraziato tutti i presenti e i due musicisti che lo hanno accompagnato con grande umiltà, ha poi raccontato qualche frammento della sua vita e del suo pensiero e davvero saremmo stati lì ore e ore ad ascoltarlo, perché i racconti, seppur lontani, risuonavano a tutti noi. Per la musica tradizionale le vie non sono certo infinite: tra lo scomparire e il farsi mero intrattenimento c’è una terza via, estremamente difficile, seguita da Antico ma anche da Massimo Silverio e Paolo Angeli, per citarne alcuni. Consiste nel farsi portatori consapevoli di una tradizione e, con grande rispetto e attenzione, darne una propria interpretazione unica, universale nella forza delle sue radici antiche.

Antico, con questa esperienza sonora — ma anche con la recente e bellissima collaborazione con Go Dugong — sa farsi mezzo di conoscenza per se stesso e per tutti noi. Poi un gran finale in solo, voce e tamburo: i musicisti si sono messi rispettosamente di lato e Antico, come rabdomante, ci ha condotti in uno stato di dolce ipnosi, alla ricerca di qualcosa di indefinito, con la commovente sensazione di riconnettersi a strati antichi della memoria.

Tra i racconti di Antico, ce n’è uno che mi ha particolarmente colpito: quello dei venditori di pesce nella Sicilia arcaica dell’infanzia del musicista. Antico racconta che i pescivendoli cercavano spazi nelle architetture del paese che fossero diffusori del loro decantare pesci di tutte le specie e ricette, e anche qui si nasconde una chiave. Inconsapevolmente, da sempre, l’uomo conosce il potere del suono e del suo muoversi nello spazio; è anche questo che tramanda Antico con il suo farsi suono, ovvero la primigenia e forse salvifica forza sonora.

In queste notti ventose di inizio primavera, il cielo è sgombro e intenso, e le stelle brillano con un bagliore raro. Alfio Antico, come il vento, modula i suoi tamburi e la voce, trasformando ogni suono in un’eco viva e senza tempo, rendendo tutto più nitido e luminoso.

*Pirchì di Alfio Antico