Come non pensare a John Cage appena ci appare davanti il titolo di questo progetto?
Trio formato da Enrico Malatesta (percussioni), Alessandra Novaga (chitarra elettrica) e Nicola Ratti (sintetizzatori), con registrazione, mix e mastering affidati a Giuseppe Ielasi. Questo potrebbe già bastare a far pensare che siamo di fronte a un disco imperdibile: tre musicisti-esploratori e un ingegnere del suono che insieme non possono che generare suoni, dissonanze e visioni di altissimo valore. Tutto questo ancora prima dell’ascolto, perché questi artisti hanno alle spalle carriere lunghe, rigorose, mai scontate. Ma lasciamo da parte premesse e aspettative: meglio immergersi subito in questa materia sonora mutevole, viva, folgorante.
Il disco, pubblicato da Holidays Records, è composto da otto brani, intitolati semplicemente Sessione, seguiti da una sigla numerica. Un’indicazione minimale che ci suggerisce una pratica musicale aperta, un fluire nato da un incontro profondo tra artisti che si conoscono e si ascoltano da anni, ciascuno con una propria idea di suono, ma anche con la capacità di costruire insieme un territorio comune.
Il silenzio, evocato fin dal titolo, è parte integrante della musica. Cosa accade nel silenzio? Cosa ci succede dentro, quando tutto si ferma? Il silenzio qui non è vuoto, ma un luogo pieno di possibilità, di epifanie. È un elemento attivo, che rivela, trasforma, accoglie.
Già in Sessione 3c i tre elementi fondanti di questo suono si palesano: percussioni, chitarra e sintetizzatori. Il quarto elemento, però, è proprio il silenzio. L’andamento sembra pacificato, dolcemente reiterativo, ma a un ascolto più profondo emerge una trama in continuo mutamento, frammentaria, onirica. È una musica che si muove come un sogno, cullata dalla complicità di tre voci che giocano, si sorprendono e ci sorprendono.
In Sessione 5b il suono si fa ancora più stratificato: la chitarra si muove su più piani, tra note sfuggenti e reiterazioni, mentre le percussioni crescono in tensione ed espressività. I synth pulsano in profondità, fino a quando appare un fischio – suono arcaico, umano, quasi infantile – che si insinua e scompare, come se i musicisti si spostassero da una stanza all’altra, da una casa all’altra, da un mondo all’altro. È un brano essenziale nei materiali e monumentale nei risultati.
Sessione 12a si apre in modo più rarefatto: echi, sibili, un avanzare misterioso, quasi ipnotico. Una pulsazione costante attraversa lo spazio come se i suoni emergessero lentamente dalla notte, filtrati da finestre chiuse di un vecchio edificio. Una musica che avanza con l’ostinazione di una goccia: impossibile non pensare al racconto La goccia di Dino Buzzati.
Con Sessione 8a si apre una nuova dimensione: sono le pulsazioni modulari di Ratti a innescare una danza granulare. Questa non è musica che accompagna immagini: è immagine. È tridimensionale, cinematografica nel senso più profondo. I timpani di Malatesta sembrano risuonare accanto a noi, la chitarra di Novaga si trasforma, manipolata fino a farci dubitare della sua provenienza. Ogni vibrazione, ogni dissonanza generata dagli oscillatori riempie lo spazio – quello in cui è stata registrata, ma anche il nostro, mentale, percettivo. È un suono che prende corpo, che ci attraversa, che si fa presenza.
In Sessione 3b torna il fischio, questa volta raddoppiato, moltiplicato, fino a diventare a sua volta strumento e richiamo. Dopo un’introduzione rarefatta, fatta di fischi e chitarra, entrano glitch e percussioni. Il suono si stratifica progressivamente, come un vortice che si espande, si intensifica, fino a travolgere tutto. Una spirale ipnotica che trascina l’ascoltatore in un movimento fluido, avvolgente, quasi estatico.
Con Sessione 3a si cambia atmosfera: i toni si fanno più scuri, le traiettorie irregolari. Ci si muove nell’ombra, tra silenzi e scoppi improvvisi, tra colpi e crepitii. L’interazione tra i tre si fa nervosa, inquieta, spezzata. C’è tensione, un senso di pericolo indefinito che non si scioglie. L’intreccio strumentale è fitto, apparentemente inestricabile, e impone all’ascoltatore un’attenzione diversa, quasi fisica.
Questa tensione si espande in Sessione 4a, dove le percussioni si fanno più stringenti, il ritmo più frammentato, e la chitarra vibra su frequenze sempre più basse, fino quasi a dissolversi. I suoni, qui, smettono di appartenere agli strumenti: diventano altro. Rumori, gesti, segnali. La bellezza della materia sonora è tale che non importa più la sua origine. Dimentichiamo la fonte, perché è il suono stesso a catturarci, a chiuderci dentro.
Infine, Sessione 6a è un vero e proprio rituale. I tamburi di Malatesta introducono un movimento ciclico, ancestrale. Novaga e Ratti offrono frammenti, detriti, scintille sonore che sembrano provenire da uno spazio cosmico in espansione. Una musica che si costruisce davanti a noi come un monumento di suono. Le parole si svuotano. Non resta che farsi attraversare, lasciarsi permeare da questa esperienza sonora che è unica, irripetibile, profondamente umana.

