We See You – Sound the Alarm / From the Ground Zero, Ex Rex Locarno, 10.11.2025

Serata ricchissima quella organizzata al Cinema Ex Rex di Locarno da Carovana091 e dal Circolo del Cinema di Locarno. Viene prima proiettato la seconda parte di From Ground Zero, lungometraggio collettivo prodotto da Rashid Masharawi e Laura Nikolov che vede in questo caso giovani registi ed artisti palestinesi ad unire e fondere la loro visione di una vita sotto scacco. Il vedere racconti, ipotesi, speranze e sogni sotto le macerie stringe il cuore ma soprattutto ne attesta il coraggio e la capacità di lotta, speranza, fatalità.
Poi è il turno dell’Ensemble Sous-Sol allargato per l’occasione a ben sedici musicisti, alle prese con la pièce dell’australiano Clayton Thomas Sound the Alarm. Presenti Natalie Peters alla voce, Enrico Teofani al trombone, Hanspeter Wespi al violoncello, Ueli Zysset e Luca Sisera ai contrabbassi, Sheldon Suter e Thomas Canna alle batterie, Luca Manzo all’hammond, Francesco Giudici e Francesca Naibo alle chitarre, Fabio Martini al clarinetto basso, Carlo Brülhart al sax, Nicolas Monguzzi a percussioni e gong, Thomas Canna alle percussioni e Rosemarie Stucker alla voce ed oggetti. È Sheldon a chiedere alla platea di avvicinarsi, considerando il suono in acustico, per non perdersi nessuna delle note. Luca Sisera è pronto davanti allo schermo del suo laptop e sono i fiati a dare il via alle loro voci ed a questo percorso, officiato per la prima volta il 7 giugno del 2024 al Petersham Bowling Club. A loro si aggiungono le percussioni, dei sonagli, le corde del contrabbasso e del violoncello, l’organo, le chitarre e le voci. Luca appare soddisfatto e guida con fare plastico la performance, che ammutolisce e riparte come in una nuova alba. Il suono si fa sornione dietro ai sospiri delle voci e delle corde, con i fiati che si inseriscono guardinghi. Poi sono botti, gemiti e fiati slabbrati, senza che violoncello, contrabbasso e chitarre smettano mai di creare una sorta di placida vasca che tutto contiene. Ma è un secondo, ancora un segnale, un rimbombo e Francesca Naibo e Francesco Giudici iniziano a spostarsi su frequenze disturbate, Luca Manzo dà profondità con l’hammond ed il trio di fiati imperversa, di concerto con le voci. Sirene, gragnuole di percussioni, il suono placido di deciso del gong. Sembra un saliscendi aereo, con Luca che entra sul palcoscenico e di fisico sposta equilibri e capitoli, dando il là a suoni bassi e drammatici, fra hammond, rintocchi di chitarre e batteria. Energia che cambia forma e massa, grana visibile ricordi che quando sono guidati da Manzo ci portano in un passato quasi lugubre. I musicisti sembrano viverla in differenti stati, tra concentrazione, richiamo di sguardi ed attesa chirurgica. Ad uscirne forte, fortissimo è il suono d’insieme, che riesce a scavallare i movimenti (la composizione originale si articola in tre brani: OVER LAND, UNDER FIRE, BLURRED BODIES e FIRE, CEASED) in maniera coesa ed organica. Il clarinetto basso di Fabio Martini trova nel gong e nelle due percussioni un momento magico, con la materialità di Thomas Canna a contrapporsi al passo felpato di Sheldon Suter. Poi è omeostasi, con l’ensemble a viaggiare non compatti ma duttili, in movimento e vicini. La coppola di Sisera detta un altro stacco, con la chitarra di Francesca Naibo a suonare nell’aria, fra le voci e le percussioni. È forse il momento più classicamente free, la sordina sul trombone di Enrico Teofani a menare le danze, per lasciare poi spazio al suo suono pulito, fino ad arrivare ad un urlo, credo di Fabio Martini ma sono ben lungi dall’esserne certo (più probabile siano tutti e tre i fiati a svelarsi anche fuori ancia), a dare ancor più spinta al tutto. Siamo già altrove, un’anarchia materiale pervade il palco in una sorta di tribalistica furia che potrebbe facilmente trasformarsi in scat ma che in realtà è sottilmente guidata, Nicolas Monguzzi a tenerne le fila fra una giungla che sembra essere calda e pulsante. Stop, gli strumenti tacciono, è solo voce, di tutti, diversi e similari, sofferta e stanca, allo spasimo e è tremenda nel mischiarsi ai cigolii di Nicolas. Si odono pianti lontani, ancora una volta come caronti tocca ad Ueli ed Hanspeter ed ai fiati covare movimento sui lievi tocchi dei percussionisti. È una fase sommessa, sebbene brulicante di piccoli microcosmi sonori. Chiudendo gli occhi sembrerebbe di ritrovarsi a fissare dall’interno le cavità di un polmone dormiente. È la fine, bellissima e toccante, di una composizione che speriamo di sentire ancora ed ancora.