VV AA – D.O.A.: The Final Report Of Asbestos Digit (Asbestos Digit, 2026)

Come può festeggiare degnamente i dieci anni di attività un’etichetta musicale? Be’, se ti chiami Asbestos Digit, l’unico modo è un bel funerale. Sì, perché il 5 marzo scorso, a dieci anni dalla prima uscita, la label casalese ha chiuso i battenti; la musica continuerà, forse, sotto altra forma (un podcast?) ma la distribuzione digitale di album finisce qui, col Bandcamp che rimarrà comunque aperto e disponibile per scaricare gratuitamente tutti i titoli presenti.
D.O.A.: The Final Report Of Asbestos Digit è dunque una lunga teoria di amici e collaboratori che si riuniscono per dare il loro saluto in musica (spesso ai confini col rumore), ma è anche una compilation a tema, dove il nome dell’etichetta travalica i confini musicali e finisce nella cronaca – nera e giudiziaria – del nostro Paese: muore l’Asbestos, si muore di asbestosi.
Il senso di disagio è forte: l’idea di celebrare il decennale andandosene sa di salutare humor nero, i pezzi in sé aggiungono però un senso di gravità che non può lasciare indifferenti.
Ognuno elabora il lutto a modo suo; nella maggior parte dei casi, i battiti la fanno da padrone, a partire dal motorink di Fabio Fazzi/Sangha, passando per i contatori geiger di mOOsic, dai saliscendi sintetici di Grief, Anyone?, dall’assurda techno di Massimo Romano, intessuta di chitarre, piano Farfisa e colpi di tosse (uno dei pezzi migliori del lotto), dalla voce recitata su tappeto di tribalismi digitali di Stephono-Zip, che richiamano certi lavori spoken word di Genesis P. Orridge, ancora dalla tosse su base poliritmica di Grammo Di Soma, fino a tremolii dub di Drei.eck. Si dedicano l’ambient, nelle sue varie sfumature, DsorDNE/LPN, gRAEFENBERg (struggente la sua Phyllosilicates), Girl In Th Fridge/Little Boy Blue e Daniele Veronese, mentre F+a e Legendary Gay Cowboys combinano field recordings rispettivamente con rumori campionati e chitarre sognanti. Chiudiamo con una manciata di irregolari: Paolo L. Bandera si cimenta col post-industrial, di cui è maestro; La Furnasetta tira fuori dai cassetti il pezzo che ci saremmo aspettati su Something Wicked This Way Comes: Strano Interludio Pleurico è puro black metal andato a male; Fine Frank compone partiture classico-industriali con piglio cinematografico, strizzando l’occhio ai Laibach; Lucy Mina inscena un toccante requiem per rumore, cronache radiofoniche, chitarra pulita e battiti funerei che forse avrebbe meritato di chiudere la raccolta.
Musica (?) un po’ per tutti gusti non convenzionali, da fruire in continuità o a piccole dosi: tanto, alla fine, è letale lo stesso.