Arrivo con circa venti minuti di ritardo nella sala cinema della Triennale ma fortunatamente l’esibizione musicale di Silvia Cignoli ed il montaggio di Federica Foglia non è ancora iniziato e riusciamo a raccogliere scampoli della presentazione nella quale si spiega il rapporto con i film ed i film perduti di Elvira Notari. La rassegna è gestita da Alina Marazzi e l’aspettativa per le due artiste è molto molto alta, soprattutto dopo aver ascoltato il suo Allegory of Earth and Water ormai di due anni fa.
Abbassatesi le luci Silvia rimane sola a lato del palco, ed impressiona riconoscere che le immagini che andrà a musicare sono quelle della prima regista italiana di tutti i tempi. La santità rigogliosa della bellezza femminile è sospinta dal suono eolico di Silvia, sorta di propulsore in grado di aprire e chiudere le proprie arie come un mantica. Pur non conoscendo a sufficienza l’opera di Federica i tagli ed i colori che va ad inserire nel tessuto cinematografico amplifica la sensazione sognante, pulsante dello spettacolo, di pari passo con la chitarra che risuona nell’auditorio. Il suono digitale si accavalla alle note come se svelasse l’identità che ormai siamo abituati a dare alla tecnologia e che un tempo era semplice magia, meraviglia. Il rosso ed il turchese ballano insieme su una mareggiata che si tinge di rosa, colori che ormai sfuggono a catalogazioni come pure note visuali. Amore e passioni sono brucianti nella loro eleganza, mentre il fiato e gli ansimi di Silvia serpeggiano tra le vie e le discussioni imbellettate, scoprendone il vigore e la carnalità. L’accompagnamento sonoro sorprende seguendo prima e contrapponendosi poi con una sorta di virulenta elaborazione, materica tanto che a tratti vengono in mente alcune giocolerie dei
Matmos (o di Antoine Ferris, per citare un nome sul quale torneremo prestissimo). Il suono evolve e matura come le chiacchiere, le confidenze ed il moltiplicarsi del cicaleccio, trovando diverse vie per colloquiare con la forma visiva. Ed allora viene da chiedersi quali fossero le aspirazioni ed i sogni di Elvira Notari, come avesse immaginato queste immagini e come fosse riuscita a renderle vive pur dovendo fare a meno del sonoro per questioni meramente tecniche, inventandosi ad esempio il metodo dei cantanti appresso, che dal vivo ne interpretavano gli umori. Ed allora la sensazione amplificata e drammatica di questo insieme, che entra a gamba tesa su colori acidi e sulfurei, su eruzioni e smarrimenti, sono il perfetto coronamento forse di una regista in grado di svelare tramite i suoi personaggi la natura delle emozioni.
Lo spezzarsi dell’idillio, le tensione, la rabbia si fanno serpenti nell’abbiezione che viene riletta come camera infernale.
Il ratto e la violenza incancrenisce ancor di più i toni, pungenti e melmosi come se stesse eruttando le interiorità più putride di una dinamica sentimentale.
L’estirpazione del cuore, gli ultimi battiti come zampillo in un proscenio che riporta alle immagini fantastiche abbiamo in mente del cinema, di come il passaggio fra uomo e mostro fosse in qualche modo automatico e costretto.
Alla chiusura di una sorta di capitolo, dopo una quarantina di minuti, resistere alla volontà di applaudire non è per nulla scontato ma il gioco non è ancora finito. La ripresa è più volatile, bulbosa e misterica, con l’attrice a ricerca un proprio posto al di là della presenza asfissiante e malsana del capitato partner. L’ascesa seguente sembra dirigersi verso il finale dello spettacolo, con le immagini che si fanno sempre più auto-riferite e volatili, la musica impetuosa che ne asseconda slanci e capriole, finendo quasi per combaciare con certe espressioni pop più attuali, tanto che non saremmo fuori luogo ad ipotizzare una strumentale di Cosmo come parallelo. Ma è una scena, un momento fra mille altri, fotogrammi che si sono susseguiti portandoci per cinquanta minuti all’interno di un mondo pensato, ideato e trasformato da artiste fantastiche.

