Una chiacchierata con Michele Agrifoglio. Rumorarmonio e Linguaggicreativi.

Decido di intervistare Michel Agrifoglio considerando come spesso, dalle sue mani, escano dei gioielli che illuminano dal vivo le serate milanesi. Sophie Djebel Rose, Golem Mecanique, Gasparotti, Danilo Ligato, Maria Violenza, Mai Mai Mai, Quest Master sono solo alcuni dei protagonisti che hanno acceso con la rassegna Rumorarmonio i palchi del Teatro Linguaggicreativi. Con settembre pronto in rampa di lancio cosa poteva esserci di meglio che fare una chiacchierata fra bilanci, intuizioni, progetti e speranze? Ecco quello che ci siamo detti fra di noi…

Ciao Michele, eccoci! Ti ho proposto questa intervista vedendo come negli anni il 90% degli spettacoli che proponete mi portano a mangiarmi le mani per le mie assenze e nello sparuto 10% delle mie presenze rientro a casa molto felice. L’estate volge al termine, da cosa iniziamo?

Beh, innanzitutto grazie davvero per questa opportunità che non è scontata. Proprio oggi pomeriggio ero in contatto con Tommaso Nicolosi che gestisce uno spazio a Torino che purtroppo chiude, con mia grandissima sorpresa. Insomma, ci siamo scambiati qualche messaggio anche col piacere di vederci perché questa situazione che si è venuta a creare a Torino è proprio un colpo al cuore. Purtroppo è l’ennesima dimostrazione che queste tipo di realtà fanno veramente fatica ad esistere ed a resistere nonostante la passione, il cuore e la partecipazione. Anche questa intervista quindi non è per nulla scontata e quindi grazie per la chiacchierata fra amici!

Sono assolutamente d’accordo con te però ad un certo punto penso (ho 47 anni e tu credo qualcuno in più e questa situazione di perenne instabilità e sicurezza artistica si scontra contro una realtà che la rende abbastanza impossibile e mi chiedo) com’è che non si è riusciti a trovare una stabilità di persone, fondi e pubblico fra i 40 ed i 60 che possano sostenere questo tipo di circuito?

Hai assolutamente ragione, è una bellissima domanda. io in realtà sono molto più vergine in questa esperienza, la creatura Rumorarmonio (stagione musicale interna al teatro Linguaggicreativi) ha iniziato a prendere forma nel 2019, quindi è una realtà molto recente tra l’altro avviata in un‘epoca già non facilissima visto poi l’arrivo del covid ed il seguente stop. Non ultimo ogni anno c’è sempre una tegola nuova, conflitti, politiche generali che fanno lievitare le spese anche per gli spostamenti degli artisti, sia dall’Europa che da oltreoceano, quindi anche la gestione di questi eventi sempre più difficile essendo una realtà autofinanziata senza fondi pubblici. Per non parlare del mercato italiano, che si muove su coordinate finanziare diverse dall’estero, dove c’ê un’attenzione ed una partecipazione differente del pubblico, che permettono a realtà medio-piccole di galleggiare ed esistere. Negli ultimi anni sono saltate una ventina di realtà promotrici di cultura a Milano. Funzionano realtà solide come il Bellezza, mentre per scene come la nostra o come lo Ziggy a Torino, dopo Crans Montana la questione sicurezza ha fatto saltare i bulloni a realtà più precarie. Mi sto accorgendo anche che costituire lo zoccolo duro non è per nulla semplice: hai delle persone che sposano la tua stagione ma spesso sono legati ai generi e chi segue i chitarristi non ti viene per l’ambient. C’è il trasversale che segue tutto dalla psichedelia all’ambient alla sperimentazione ma non è la massa.

Che tipo di riflessione avete quindi dietro ad una programmazione così ampia come quella che avete?

Ecco, diciamo che dietro non ci sono algoritmi! Dovendo ragionare in quei termini non mi ci metterei.

Io ti capisco benissimo ed avrai sempre la mia stima però non so gli altri come rispondano.

Esatto, io devo sempre trovare un quid che ami in un’artista, a costo di rischiarmela proponendo un genere che non abbiamo mai fatto e che so quasi per certo che non verrà seguito. Mi piace anche cercare di scoprire e seguire quegli artisti che non hanno ancora raggiunto un punto tale da non essere fuori dai nostri budget. Arrivare un po’ prima rispetto ad altri spazi che con numeri e contesti differenti sarebbero comunque in grado di proporre di più. Purtroppo in questo ambito spesso mi scontro non riuscendo a portare un artista perché altri offrono anche solo 100-150 euro in più e giustamente artista od agenzia scelgono di andare altrove. Abbiamo una capienza di 70 persone senza un bar, variante che ha un peso specifico in un evento e nel suo ritorno economico, però è anche vero che quella che mi piace è l’idea che le persone continuino a venire nel nostro spazio per ascoltare musica e non per bere ed avere un sottofondo musicale, cosa che spesso mi capita di sperimentare nei festival grandi e piccoli d’estate. Anche nella nostra data estiva di Black Sagaan quello che mi spiace è che la gente chiacchieri e che la musica diventi un tappeto di fondo senza la giusta importanza. Non vorrei che accadesse con la musica che proponiamo perché in quell’ora od ora e mezzo (i set sono quasi sempre dopi) vorrei ci fosse non dico un religioso silenzio ma un ascolto attento nei confronti di artisti che propongono la loro cosa. Ecco, nel nostro spazio, piccolo, raccolto, senza bar, quasi un teatro off off paragonandolo a realtà americane, questa cosa funziona, mi piace molto e mi viene riportata dagli artisti come feedback. Il pubblico che arriva da noi si fa un viaggio, trascinato ed immerso in un’esperienza, che è ciò che amiamo proporre.

Paradossalmente è il problema vitale della musica, la forma artistica che viene presa più alla leggera, non si fa con nessun’altra forma artistica, è una forma mentale errata che la sottovaluta.

Esatto. Capisco questa cosa e non è il male l’avere la musica di sottofondo mentre si beve una birra con gli amici, ma quel che vogliamo creare è una serata come fosse una sonorizzazione ed il silenzio fa parte di quella serata. Poi dipende dal tipo di musica che proponiamo ed in questo senso stiamo andando molto più a fuoco negli anni. un’altra cosa che mi sta molto a cuore con Rumorarmonio è la multidisciplinarietà, incroci che a volte sono possibili ed a volte no, scontrandoci anche con pubblico ed artisti oppure rendendo tutti felici. I set sono sempre doppi e creare una connessione con le altre arti performative entra di diritto nella storia di questo spazio, nato ormai nel 2009, nella difficoltà di far partecipare il pubblico. Quando abbiamo ospitato Toni Cutrone come Mai Mai Mai abbiamo fatto aprire la serata ad un attore che già collaborava con la compagnia con un piccolo monologo che trattava il tema del magismo nel Sud della Puglia, cosa che all’inizio ha lasciato spiazzato anche lo stesso Toni che diceva chissà come lo prenderanno. Dopo la performance invece il riscontro dello stesso Toni è stato sorprendente ed il riuscire a rompere le consuetudini e trovare quella via alla multidisciplinare sposando diverse arti performative differenti creando una coesione del pubblico, che è la grossa difficoltà. La brutta scoperta che ho avuto all’inizio, con un teatro che già esisteva e che aveva un suo pubblico che veniva agli spettacoli è che non veniva ad ascoltare la musica come credevo. C’è stato all’inizio un vuoto: riuscire a spostare il focus di Linguaggicreativi sulla musica a stata veramente un’impresa. Con l’artista blasonato funzionava ma alla prima occasione con artisti non noti seppure con un’agenzia affermata come Swamp dietro non è stato semplice. Un grosso investimento di fatica, lavoro e comunicazione: oggi è migliorato ma nulla è mai dato per scontato. Puoi avere la serata sold-out (che nel nostro piccolo sono 70 persone) e la serata, lo sai bene anche tu, nella quale ce ne sono 30 e devi ringraziare che ci siano, anche se magari sei l’unico in Italia ad ospitare quell’artista. Io poi non lavorando sugli algoritmi a volte mi fisso su artiste dicendomi di volerle portare per forza: Tiny Vipers quando tu me l’hai fatta conoscere per me è stata un’epifania. L’ho contatta il giorno dopo aver ascoltato il disco e da lì è iniziata una corrispondenza molto profonda che va oltre il processo di scrittura di un’artista.


Tiny Vipers – Full Set, Live @ Billiard Hoang (1/12/25) – Seattle, WA

Riguardo al ragionamento che hai fatto con l’attore prima di Mai Mai Mai mi sono accorto, intervistando Elia Piana ed assistendo al concerto di Danilo Ligato prima degli Zöj che funziona molto bene col pubblico, specialmente quando il materiale è un po’ ostico, lo spiegare, il presentare quel che accadrà.

Ah certo! Assolutamente sì, sono completamente d’accordo. Mi fai ricordare come proprio in quell’occasione l’attore, che probabilmente si trovava di fronte ad un pubblico impreparato a quel tipo di esperienza decisa di fare una brevissima introduzione, raccontando in poche parole quel che sarebbe stato il tema della narrazione, cosa che credo sia stata di buon auspicio anche poi per la predisposizione da parte del pubblico perché poi ecco, la cosa che di contro un po’ mi dispiace quando provi a fare cose del genere qualcuno nel prenotare chiede quando inizi il concerto vero, per poter arrivare a quell’ora. In quello io sono sempre molto categorico ed avviso che il teatro quando inizia la prima performance chiude e non puoi arrivare a metà. Entri e ci rimani perché è anche una questione di rispetto per il progetto e per la serata che ê articolata in questo modo, anche se è divisa in due set. Una formula più vician aal teatro che alla musica col suo andirivieni ma io, forse perché sono un po’ cambiato nel tempo anche facendo questa esperienza auspico che il pubblico che viene alle nostre esperienze faccia altrettanto. Poi oh, siamo in un regime libero comunque!

Però è auspicabile!

Mi piacerebbe ci fosse questa forma di rispetto, di attenzione e di ascolto per una serata che viene strutturata in questo modo non con una modalità casuale bensì ben precisa. Al netto che poi la serata possa piacere o non piacere.

Concordo. Ma anche lì, come spettatore cinematografico vado a vedere un film che mi può piacere o meno, lo stesso con un libro, non c’è nessuna differenza, è una questione di fiducia.

Certo! Beh è capitato, in un paio di occasioni, di vedere persone proprio a disagio perché si aspettavano altro che ad un certo punto sono uscite perché non connesse all’esperienza, ci mancherebbe altro. Magari erano venute per curiosità perché conoscevano lo spazio o volevano provare altre esperienze e pazienza. Non è andata come loro speravano ma è andata bene lo stesso, ci mancherebbe altro.

Spesso vivendo in Ticino (che è la periferia della periferia della periferia milanese) assumo l’ottica che in molti ambienti culturali ci sia più offerta che richiesta e spesso, soprattutto in un certo tipo di musica, il pubblico è gente coinvolta. Altri musicisti, gestori di etichette, media indipendenti e diy ma manca il pubblico classico: il fruitore, l’acquirente, il curioso. Non viene a mancare l’ascoltatore puro? Com’è la vostra situazione?

Questa cosa in realtà l’ho percepita molto di più nel teatro, specialmente se fai teatro off come appunto facciamo noi. Il rischio è quello di avere un pubblico di amici, teatranti, gente che fa arte e bazzica quell’ambiente. Ma il pubblico puro a volte manca. Questa cosa succede in parte anche nella musica. La cosa bella da un lato è che in questi anni abbiamo ospitato artisti che poi sono diventati amici e che quindi poi tornano e questa è una cosa che ovviamente mi fa piacere. Si è creato una sorta di salotto aperto dove musicisti ed amici si fondono e diventano un tutt’uno. è anche vero che c’ê una fetta di pubblico puro, in parte di appassionati attivi. Gente che regolarmente guarda concerti e questo ovviamente mi piace riuscendo a creare una piccola fetta che ha sposato questo progetto, venendo a vedere cosa per lui sconosciute grazie alla fiducia instaurata. Addirittura in alcuni casi persone che sono venute di getto per vedere una serata rimanendo fedele e seguendo poi quell’artista, creando connessioni con un pubblico che magari fino a qualche ora prima lo ignorava. Hai comunque in parte ragione con un pubblico in parte musicisti che sono prima in parte ospiti o curiosi che guardano per capire se lo spazio possa essere idoneo alla loro cosa. Un bel mix comunque, anche se il mio tentativo di far saltare gli schemi per il quale uno spazio come il nostro possa ospitare anche queste proposte musicali non ê ancora del tutto effettivo. Molte persone che vanno regolarmente a concerti e che magari abitano vicino a noi di certo ancora non ci conoscono e viaggiano su binari paralleli ai nostri. Due anni fa abbiamo ospitato come concerto di apertura The Mon, un progetto che non è propriamente un progetto che ci si aspetta a teatro, Ma è andata bene, siamo diventati amici di Urlo ed anche lì, un’artista che era venuto a vedere un concerto la stagione precedente, poi ha chiesto di suonare, è diventato un amico ed è tornato come pubblico. Questo è il meccanismo che può verificarsi, che ê un po’ quel che dici ma è anche altro.

Osservando le vostre stagioni musicali si può ben dire che ce ne siano per tutti i gusti. Chi è passato per sentire A Hawk and a Hawksaw può ben rimanere basito nell’ascoltare Quest Master, per dirne due che stanno agli antipodi, però c’è un assoluto livello e puoi fidarti e viaggiare appuntamento dopo appuntamento.

Beh, ti ringrazio per quello che dici, per me dall’interno non è così facile vedere l’effetto di una stagione, ma di certo mette insieme artisti, gusti, colori ed esperienze che sono veramente lontani anni luce! Fra i due artisti da te citati non c’è nulla di più lontano in termini di gusti e questo, lo dico sinceramente, riflette molto la mia inclinazione. Io mi stanco abbastanza sui generi, mi stancherei a proporre una stagione dedicata ad un solo orientamento musicale. Mi piace cambiare un po’ i colori, i setting, anche mischiando il pubblico. Ricordo benissimo entrambi i loro pubblici, a livello di età e di gusti…ricordo che per A Hawk and a Hawksaw venne anche Vinicio Capossela che era a Milano quella sera, grande amico del duo, che è stato ospite della serata, una cosa bellissima! Al tempo stesso per un golden boy della cultura nerd, perché Quest Master è quella roba lì, c’erano un sacco di ragazzi giovani venuto a vederlo ed abbiamo dovuto mandar via un sacco di persone quella sera. Fare cosa così diverse mi da anche modo di avere la misura (mancanza che riconosco come mia) sui gusti della gente.

Capisco benissimo!

Non riesco a pensarci! Devo essere prima di tutto io a mio agio con quello che propongo e non mi sarei mai aspettato (A Hawk and a Hawksaw sold-out anche quello, non venivano da un sacco di tempo a Milano) perché lo conosco poco (ma mi incuriosiva moltissimo) che un personaggio come Quest Master avesse questo seguito, anche incazzato per essere stati rimbalzati. Ogni volta vengo sorpreso in positivo od in negativo da diversi concerti che attraggono più o meno pubblico, spesso in antitesi con i miei pronostici. Va bene così, anche se questo vuol dire prendersi il rischio di metter in gioco degli attori che garantiscono un mix diversificato ma che non ti danno delle garanzie. È quello il punto ma se io sono convinto dell’artista che sto proponendo, pur dispiaciuto quando ci sono poche presenze, il teatro è semivuoto e l’artista lo sente, ma quel che prevale è il sentimento di essere appagato dalla bontà della proposta, che mette quindi il punto su quel tema. Ovvia che se la poca gente diventa uno standard diventa un problema, ma è successo raramente di essere tornato a casa, magari con numeri esigui con l’insoddisfazione di aver proposto qualcosa che non mi ha appagato. Mi è successo forse un paio di volte dal 2019. Ma l’importante è che la proposta sia valida e che l’artista si trovi bene, si senta in qualche modo coccolato. Poi ovvio, c’è il pubblico, ma quello è un altro tema.


Quest Master @ Il Cielo Sotto Milano Milano 09/02/2025 LIVE EXCERPTS

Hai già toccato in qualche modo il tema, mi chiedevo, che tipo di fasce anagrafiche raggiungete? Io andavo al picco massimo di concerti fra i 20 ed i 30, poi l’età, il lavoro e la famiglia e si tende ad essere certosini nella ricerca. Da milanese però la soglia di accesso ai concerti credo sia altissima e le distanze piuttosto brevi. Che tipo di pubblico avete?

Allora, dicevamo di Questmaster che ha un pubblico di 25-30enni. Chiaro che cambiando di molto i set, proponendo un Paolo Spaccamonti rispetto a Questmaster ti cambia sensibilmente l’audience, ma il pubblico che frequenta il nostro spazio è vicino ai 40 anni. Poi anche di più, ci sono diverse persone che hanno la mia età. Proponendo Alessandra Novaga avvicini un pubblico chiamiamolo più colto, abituato ad un certo tipo di situazioni, diciamo più colto e più spostato verso il teatro, collaborando attivamente lei con l’Elfo e queste realta. Con Mai Mai Mai vai sull’alternativo 35-45, ma la quarantina sono i nostri diciamo.

So che di norma sei una buona sponda sulle voci femminili, come abbiamo visto con Tiny Vipers, e spesso ci sono cose molto intriganti sotto a quel lato…

Sai che stavo pensando che forse abbiamo fatto quasi esclusivamente voci femminili? Eccetto Mai Mai Mai ed Angst abbiamo avuto praticamente solo artiste femminili. Io ho un po’ un debole per le loro voci, in realtà per questo inizio di stagione il 3 ottobre avremo Fågelle, Klara Andersson, che già aprì con noi la stagione del 2019 con la quale tutto ha preso forma. Visto che il suo terzo album, uscito da poco, è una sorta di ritorno alle origini, ai luoghi della sua memoria, mi vien proprio da pensare che ci sia una connessione in tutto questo. Lei è molto interessante, come sonorità potrei citarti field recordings, folklore vocale, echi di Sigur Rós e Björk per dirla alla larga. L’apertura invece ci sarà Domiziano Maselli, che ha un approccio multidisciplinare e che è appena uscito per Torto Music con un disco che vede anche la collaborazione di Ben Frost. Sempre ad ottobre faremo Tiny Vipers e Chantal Acda, con un set giocato fra loro due che non hanno bisogno di presentazioni, mentre a novembre avremo questo progetto romano, i Malesh, con Pablo Monterisi e Martino Petrella (che fa parte del collettivo dei Neoprimitivi), per una nuova psichedelia contemporanea come si usa dire. Un folk primitivo con flauti, drones e cose particolari. Il loro disco che è uscito quest’anno è meraviglioso e non so cosa aspettarmi dal vivo: non abbiamo ancora pensato un’apertura ma ci arriveremo a breve. Al momento posso darti questi nomi che creano l’ossatura autunnale.

Programmazione tutt’altro che scontata, molto interessante!

L’obiettivo è proprio quello di distinguerci, scoprendo lo sbocciare degli artisti prima che esplodano e che quindi possano sfuggirci di mano. Questo è il punto, com’è stato per me riuscire a fare Gwenifer Raymond, che temo sarà impossibile ritorni, vista la fama. Siamo stati fortunati per una serie di circostanze: una persona, Buck Curran, che poi ha aperto per Gwenifer e che era venuta a vedere Hayden Pedigo l’anno prima da noi dicendo che sarebbe stato bello portare Gwenifer lì ed è stata proprio una roba incredibile. Sono cose casuali che accadono all’ultimo e che ci danno delle bellissime soddisfazioni ecco. Cose che rimangono in piccolo palmares, come anni fa aver ospitato Alex Zhang Hungtai (un altro concerto dove mi sarei aspettato un sacco di gente ed è stato molto deludente da quel punto di vista) con un set che più mi ha destabilizzato tra tutti quelli visti nel nostro spazio ed avere un’artista del suo livello da noi è stata una grandissima soddisfazione.

Già mi hai detto un sacco di cose bellissime nella realtà, parliamo ora di sogni. Qualcuno che ti piacerebbe portarti a teatro, chi potrebbe essere?

Miseria, sai che mi trovi veramente impreparato al momento? Ma se ti dico Tom Waits? Al piano?

Perché no? Ha la sua età, viaggerà ancora?

Mi piacerebbe moltissimo, siccome abbiamo un piano scordato che non è male a Liguaggicreativi sarebbe molto bello.

Se avete un piano scordato o rotto dovete chiamare Ross Bolleter, però anche lui è sull’ottantina ed è australiano, potrebbe essere difficile.

Ma, guarda, che mi sarebbe piaciuto moltissimo ma forse ha poco senso in un posto piccolo come il nostro. Il progetto solista del cantante dei Mayhem, che però viaggia su cifre assurde. Però ecco, mi piacerebbe avere un reading di David Tibet dei Current 93, magari insieme a Baby Dee, arpista fantastica. Memore di un concerto al quale partecipai anni fa a Venezia in un teatro che ora non esiste più ci metterei anche Bonnie Prince Billy. Io li vidi insieme questi personaggi e sarebbe un sogno. Conosco i loro agenti, la vedo impossibile ma da tenere come sogno per il nostro spazio (he si presterebbe benissimo) sarebbe volare altissimi!

Ok, allora se mi dici chi metteresti insieme a Tom Waits direi che ti lascio andare sano e salvo…

Ah, insieme a Tom Waits metterei Colter Wall.

Che non conosco. Dimmi di più?

Ah, qui ti ho preso in castagna…dico solo questo, ascolta questa canzone senza leggere niente su di lui, Cate Mc Cannon. è una murder ballad del 2017, aveva 24 anni quando l’ha registrata, ora ne avrà una trentina. è un’artista che ho scoperto quando è uscito il suo disco nel 2017: doveva venire in talia a fare un tour da solista, passò da Milano a gennaio 2018 e non so come mai su Instagram avevo la sua agente. Scrisse che stavano venendo in Italia chiedendo dei posti dove andare a mangiare, io le mandai un messaggio e la cosa buffa era che la stessa sera io, la mia compagna, un amico, l’agente di Colter Wall e Ian Noe che apriva per lui quella sera mangiavamo insieme sui navigli a Milan. Il giorno dopo fummo loro ospiti al concerto dietro le quinte. Ascoltatevi la sua canzone, ha una voce incredibile, fa il cowboy come attività principale ed è magia. Me lo persi per un giorno negli Stati Uniti in una festa Country e sarebbe potuto essere una magia vera. Il suo EP d’esordio ed il primo disco suo sono fra le cose più belle uscite nel genere negli ultimi anni.


Colter Wall – “Kate McCannon” – Brewery Sessions

Grazie mille Michele, sempre bello scambiarci consigli ed artisti, grazie mille di tutto!

Grazie mille a voi, ormai la musica si può dire ci abbia salvato la vita e chiacchierate così sono sempre un piacere. Grazie Sodapop!