Era il 1993 quando ascoltai per la prima volta Jazzmatazz, uno dei dischi rap più eleganti della storia nei miei 14 anni, a firma Guru. Poi il rap, l’hip-hop è mutato più e più volte, sulle sponde dell’oceano. Essere qui oggi a poter intervistare Davide Bava ed Astore, autori di un lavoro, One Step Forward, dove si uniscono rap, jazz, realismo e politica, poetica e senso delle immagini e della scena. Un disco rap che, temo, non molti rapper ascolteranno e così il loro pubblico. Ma non è detto, importante è spingere le eccellenze ed i meritevoli e qui siamo…
Salve Pietro, Salve Davide, piacere di avervi qui. Lavoro a due nomi, una primizia: com’è iniziato tutto? Che legame si crea fra produttore e rapper?
DAVIDE. Il piacere è tutto nostro! Pietro venne a casa mia con Brattini per lavorare su alcune tracce, che poi finirono ne Il Senso dell’Umorismo del 2024, io
registrai le sessioni, ci divertimmo parecchio. Più che legame, pardon, utilizzerei
armonia, quella musicale soprattutto. Scambiandoci provini a distanza inizialmente abbiamo constatato di avere una visione comune sullo scrivere, basato sul peso delle storie. Pietro mi ha colpito molto con questo.
Jazz e rap, scelta classica ma difficile da sostenere, eppure con voi funziona anche
rimanendo crudi e street. C’è altro oltre a questa bellezza oppure siete l’eccezione
che conferma la regola?
DAVIDE. Sono un appassionato di musica Jazz, si diceva quando ero ragazzino che il rap fosse un po’ un “jazz futurisco”, fatto con le parole però, che sfiata il pensiero spontaneo della gente, lo rende magico come la ritualità che può scatenare una fanfara che spunta da in fondo alla via. Penso che il pubblico e molti artisti abbiano trovato già in Gil Scott-Heron e Guru questa atmosfera.
One Step Forward: solo il prossimo passo o c’entra Max Romeo?
DAVIDE. Mi limiterei a citare un suo verso “Why fighting against one another?”
Per il resto Pietro ha dato il titolo al disco.
Quest’anno ho avuto il piacere di intervistare Danno ed un passaggio del suo disco
mi ha colpito particolarmente: “è inutile che stiamo qui a fa’ gli Mc se poi non fino
un cazzo”. Che legame hanno forma e contenuto, anche vista la storia P38?
Nel disco con voi c’è la nuova e la vecchia guardia: ma come sta il rap oggi qui?
L’hip-hop è una cultura attuale o desueta?
DAVIDE. L’hip hop subisce ogni decennio delle trasformazioni, il suo messaggio forse non è immortale, non so se l’Hip Hop sia già morto o morirà, so che ha lasciato comunque un “sillage” incredibile dai suoi primi passi rivoluzionari. Maury B è il testimone di tutto questo sul nostro disco.
Come avete costruito l’album in studio? unendo musiche a parole oppure influenzandovi a vicenda in sessioni? È stato un processo lungo?
DAVIDE. Il disco è un invito ad assistere ad una sessione continua, i momenti di composizione e le registrazioni sono stati lunghi, lavoravamo tipo a quattro pezzi alla volta. Forse anche questo lascia un po’ pensare al jazz.
“…Sono giovane fuori ma vecchio dentro”. Questo passa al tuo pubblico? Ti
rispondono i pari, i giovani o i vecchi?
PIETRO. Ho una fanbase che va dai 17 ai 35, alcuni ascoltatori hanno anche 50 anni. Questo accade unendo politica e hip hop in un certo modo, o nel caso della P38 politica e trap. Se trovi il giusto modo di proporre la tua cosa attrai persone di una certa età che hanno vissuto certi momenti storici e persone più piccole anagraficamente che già vivono le realtà dei collettivi e hanno bisogno di artisti di riferimento. Il punto è incuriosire senza scadere nella spazzatura.
Pietro, la Sardegna esce a tratti, che storia hai? La scena isolana ti ha
cresciuto/rappresentato? È ancora casa?
PIETRO. Vengo da una periferia della Sardegna lontana dai grandi centri dove puoi vedere subito il contrasto tra poche persone poverissime e molte medio/alto borghesi, tanti ragazzi e ragazze col padre che c’ha l’agriturismo, il bar, o l’azienda.
Il rap e poi soprattutto la trap sono stati assorbiti da queste persone, forse anche prima di altri posti, col risultato che una certa idea di hip hop come l’avevo io e pochi altri finiva per essere da “sfigati”. La maggior parte di chi faceva questa cosa la faceva per acquisire un certo tipo di status/diventare famoso/diventare ricco sfondato. Io ero e sono poverissimo ma l’idea era più che altro esprimere disagio, dare voce a certe situazioni. Ne consegue che non avessi rapporti, così come non li ho adesso, con la scena isolana.
Edutainment, gangsta, tamarro, commerciale, colto. Eppure il rap è forzato ad un
unione che pop e rock non hanno mai avuto. Una forza o una fatica?
PIETRO. Io invece penso che questo tipo di operazioni si siano perfezionate proprio con il rock e lo abbiamo visto negli anni ’90 con i Nirvana ad esesempio.
Dobbiamo poi capire cosa si intende con pop perché anche quello era un genere con delle caratteristiche ben precise e delineate. Per ciò che intendo io sarebbe più corretto dire “capital-pop” o “capitalist music”, la musica del capitale che tutto disinnesca e assorbe. Non è tanto il rap con quell’altra cosa ecc. è il vecchio e sempre attuale discorso marxista della classe dominante che detta la narrazione alle classi più in basso. Quando fai milioni di stream qualcuno ti dice che è il caso di non trattare certe tematiche altrimenti sei fuori! Vien da se che finisci a fare le hit per l’estate.
Molti numeri equivalgono a molto controllo da parte del potere.
In questi ultimi cinque anni ho fatto una fatica terribile ad intervistare rapper, a tratti mi chiedo se la critica e l’approfondimento servano ancora. Che ne pensate?
DAVIDE. Sì, certamente, dietro ad un’intervista ci sei tu, e le tue domande possono aprire nuovi scenari oltre la musica. Siamo cresciut* leggendo recensioni, interviste, approfondimenti, ho anche partecipato per l’ormai scomparsa Radio Flash di Torino. L’intervista mette in comunicazione la gente con mondi reali e surreali, al giorno d’oggi i rapper sono anche questo.
Come e con chi è uscito il disco? Ne esiste o ne esisterà una versione fisica?
DAVIDE. Stiamo valutando prudentemente una stampa.
A cosa serve la musica? È un bisogno oppure può ancora nutrire l’intelletto? Un sedicenne che si cerchi Carmelo Bene ed Aldo Moro può succedere ancora? Cosa si vede sotto ai palchi ed incontrandosi?
PIETRO. La musica non serve a niente e non deve servire a niente, proprio come fare l’amore o costruire un castello di sabbia a 7 anni. È questo ruolo quasi morale che diamo all’arte a uccidere l’artista. Mi spiego: io per poter creare, come penso la maggioranza di chi fa questo lavoro, ho bisogno di abbandonarmi completamente nell’atto di creare, motivo per cui se applico un obbiettivo/uno scopo non è più possibile alcun abbandono. Quello che ero prima determina poi cosa succederà nell’abbandono, come quello che si è da svegli determina il contenuto dei sogni ad esempio. Bisogna prima pensare poi buttare via il pensiero nell’atto.
Non penso che un ragazzo a 16 anni debba sapere per forza chi è Carmelo Bene o Aldo Moro, penso che un ragazzo a 16 anni debba essere la più testa di cazzo del suo paese, penso non gli debba andare bene niente del mondo in cui vive e che la notte sogni di distruggerlo.
L’aspettare l’ultima rima sponsorizzata da un’energy drink austriaca da leggere è
terribile. Dove si cerca lo spirito allora? In che canali? Instagram? Non è un cane che si morde la coda?
PIETRO. In qualche modo bisogna vivere con una vita invivibile quindi l’elasticità è necessaria. One step forward è su spotify per dire e non serve dire quanto spotify
sia demoniaca come piattaforma. Certo non bisogna fare i patti col diavolo e raccontarsela; quando vedo rapper sotto major fare i ribelli mi vien da ridere…
Gospel è amara e poetica come poche cose, com’è andata?
PIETRO. Ti confesso che Gospel stava per finire tra gli scarti e Davide sa quante volte ho espresso dubbi su quella traccia, ci ho lavorato sempre un po’ restìo, un po’ angosciato per via di tutta la struttura che mi risulta ancora oggi un po’ stucchevole. Mi stupisce tanto vedere che invece a moltissimi piace, è l’imprevedibilità del pubblico.
Fumate in copertina, una scelta sincera, controcorrente in una società abbellita e
legata all’immagine.
DAVIDE. Abbiamo voluto seguire un po’ i costumi del noir, sono sigarette di scena!
Se doveste trasformare One Step Forward in immagini chi ne sarebbe il regista?
DAVIDE. Se proprio dovessi scegliere allora… dico Gaspar Noe 🙂
PIETRO. Io sono forse più polveroso di Davide e ti dico Pasolini
Amen, grazie ad entrambi.

