Già leader dei Baby Woodrose Uffe Lorenzen da anni sta recuperando brani del repertorio popolare, tradizionale e personale creando di fatto un mondo magico ed impetuoso, dove il carisma e le scelte del musicista (nonché la lingua utilizzata, il danese) ci trasportano letteralmente altrove.
Qui ci offre dieci brani in uno stralcio temporale che parte dal 1967 fino al 1999, ascrivibili a canzoni di protesta e battagliere. Pur non comprendendone minimamente i versi si sente pathos e sentimento, motivo per il quale decido di smuovere il mio unico contatto in loco (Simon Skjødt Jensen aka Own Road) per collocarne le gesta. Se il brano iniziale è puro folk nell’accezione magica (l’inno anti guerra dei Prikken Over l’et) e di trasmissione in Baglœns credo si giri su politica e Medio Oriente, astronauti e cosmonauti. L’atmosfera è corposa, la voce di Uffe guizza e la strumentazione ci riporta fra anni ‘70 ed ‘80, con calore e potenza. In Spredt For Vinden si apre al glam, ma è un attimo prima che l’acidità amarognola di prenda il tutto, lasciando che il suono metta radici e si sedimenti tutto intorno. Poi il ricordo degli Steppeulvene, come i coevi Steepenwolf presero il via dal libro di Herman Hesse ed Uffe ne riprende Til Nashet con squarci di suoni che sembrano riempire monti e vallate. La voce e l’impostazione di Uffe, la lingua, tutto è profondo e carezzevole, come un manto che ci ricopra fino a ristorarci. Si sente il legame che il musicista ha con questi pezzi passati, tanto da poterne estrarre quasi un archetipo della ballata rock. Ancora strali la guerra, siamo negli anni ‘80 ed i canti sono sanguigni, accorati come Små Hjul di Erik Grip.
Quindi un giro a Christiana con Hermann, giocoliere e musicista di strada che lascia quasi di certo il suono di un flauto che Uffe inserisce fra riff e momenti epici. Uno slancio nelle schlager danesi, la musica dansktop con i gatti grigi di Ulla Neumann che prendono in questi casi i vicoli più sinistri ed oscuri. Con il passare dei brani ci si accorge di come i giri, le arie e gli ambienti finiscano per assomigliarsi, per unirsi sotto il cappello del passato: un passato che Lorenzen riesce a condividere rendendolo personale e perfettamente aderente al suo modo di porsi e di suonare. Un mondo dove la voce va a riaccendere baleni rock anche quando la musica che la accompagna rimane più guardinga: un mondo dove i mondi si mischiano, la gioventù di Uffe e la capacità di portarci con sé in un viaggio schierato e di carattere. Un viaggio che ci svela un altro lato di un musicista, una voce inconfondibile ed un’aria, quella danese, che potremmo riconoscere ovunque.
Uffe Lorenzen – Glemte Spor (Bad Afro, 2026)
