“Verrebbe da chiedersi se ci sia ancora tempo, per dei musicisti non di primo pelo, di aprire una nuova fase creativa”. Così scrivevo nel 2018, in occasione della pubblicazione di Insect Silence, primo disco dei Twelve Thousand Days dopo anni di silenzio; As The Moon Draws The Tide, sesto album da allora, risponde in modo più che esauriente alla domanda. Quello che, a tutti gli effetti, è ormai il gruppo principale di Martyn Bates (Eyeless In Gaza) e Alan Trench (Orchis/Temple Music), torna con dieci nuovi pezzi, fra cui le consuete reinterpretazioni provenienti dalla tradizione canora e letteraria inglese, all’insegna di un folk solenne e misurato, trasfigurato da pulsioni elettriche ed elettroniche – marchio di fabbrica del duo – che non ripete pedissequamente un modello, ma si muove nel presente senza recidere le radici.
As The Moon Draws The Tide ci porta in un loop temporale – “Tu andrai davanti, collegando i cerchi in senso antiorario. Tu andrai indietro, girotondo in senso antiorario” (The Witches’ Reel) – dal quale osserviamo “un mondo capovolto” (Red Queen, White Queen), ma che ci parla di quello in cui viviamo. Certo, non lo fa in modo diretto, anzi, il linguaggio è spesso oscuro, e la musica e le parole evocano una realtà magica e irrazionale che pensavamo tramontata, ma che le incertezze dell’oggi rendono di nuovo presente.
Il cane pagano che intesse una cupa conversazione con la ragazza che cuce la seta (Heathen Dog); le fate crudeli che avanzano nell’erba fra field recordings e synth dilatati (Faery-Led); la figlia del boia, che rinasce e viene sposata dall’uomo che l’aveva giustiziata (Asphodel Flowers); le streghe del Macbeth, che dialogano su una base di elettronica sporca e disturbata (Upon The Blasted Heat); i cavalli spettrali a cui il theremin dà voce (Ghosts Of Skyriot Horses), sono tutte figure archetipiche che chiedono di essere comprese e inserite in un discorso coerente, fuori dalla metafora. In questo senso, l’inquadrare l’intera opera di Twelve Thousand Days all’interno della cultura inglese – operazione corretta, dal punto di visita filologico – rischia di diventare un limite: le visioni desolate di Notes From A Ruined City, il senso di incertezza di Deceived, le pene esistenziali di Bad Apples – ma non da meno sono i pezzi citati in precedenza – possono parlare a tutti, indistintamente, come un moderno romanzo gotico.
Certo, quella dell’interpretare non è un’operazione facile: richiede tempo e dedizione, elementi a cui siamo sempre più disabituati, a questo è solo un limite nostro; Twelve Thousand Days continuerà a comunicare dalla sua dimensione, antica e, al contempo, contemporanea.
Twelve Thousand Days – As The Moon Draws The Tide (Final Muzik, 2026)
