Turnstile – Never Enough (Roadrunner, 2025)

I Turnstilesono i Turnstile.
Ho letto che hanno fatto altri dischi, abbastanza apprezzati. Sono partiti hardcore punk e sono arrivati dove sono ora: punk, pop, easy listening, Police-style-rock e altro. Il loro percorso, anche se particolarmente veloce, assomiglia a quello delle grandi band rock sopravvissute al grunge (Pearl Jam, Foo Fighters) o al nu metal (Linkin Park) che a un certo punto si sono appiattite su generi di facile consumo e che continuano ad avere una solida fanbase.
Infatti, di hardcore qui dentro ne passa pochino. Così come c’è poco Sting e c’è poco pop. C’è poco di tutto a formare una minestrina, più che un minestrone, di suoni e canzoni dal fare dichiaratamente radiofonico.
Condivise queste considerazioni, il disco è tutto sommato sufficiente a soddisfare fan del “secondo periodo” della band e neofiti della musica chitarristica distorta.

L’ascolto suggerisce un argomento, spesso accantonato, ma fondamentale quando si parla di musica: ma le canzoni ci sono?
Mi spiego meglio: lasciamo stare le etichette di genere di qualunque tipo, la produzione, la figaggine, l’etica, il Papa etc. Prendiamo il disco, pigiamo play. I pezzi arrivano? Trasmettono qualcosa, restano in mente, fanno qualche effetto? Potrebbero fare schifo, ma almeno sarebbe qualcosa. Infatti, siamo onesti: molta musica distorta attuale fa semplice NIENTE. E’ innocua. Non suscita agitazione, estasi o depressione. Siamo all’anno zero dei sentimenti che la musica dovrebbe portare. Le pose e il mestiere imperversano.
In Never Enough ci sono delle canzoni punk rock. Poche, ma buone. Le “sperimentazioni”, invece, non funzionano. Le idee sono vaghe e la resa è scialba.
L’opener e title track è l’emblema di una spiccata volontà di aprirsi alla melodia, ma senza i mezzi compositivi e le trovate di chi mastica armonia da tempo. I pezzi più simili a delle b-side di un disco di Sting (I Care, Seein’Stars) fanno il loro dovere di riempire 45 minuti di disco. I Care, a dire il vero, è un pezzo che resta ben in mente e su cui la band sta puntando per ricamarsi la fama di melody makers.
I cinque del Maryland, però, cascano in piedi sul loro terreno. Infatti, pezzi come Sole, Dreaming, Dull e Birds valgono (quasi) tutto il disco. Non perché siano pezzi particolarmente originali (anzi!), ma perché, tornando al discorso di cui sopra, sono “canzoni”. Sono Le Canzoni del disco e, soprattutto, live funzionano alla grande. Punto.
I ragazzi quando fanno il rock semplicione coi power chord e basta sono capaci di creare dal niente qualcosa di estremamente funzionale: è musica positiva e cantabilissima (si sprecano gli “ooohh!!” e gli “yeaaahhh!!”), che continuerà a fare il suo dovere negli anni a venire. Infatti, questo disco sopravvivrà nelle playlist in macchina e nelle rotazioni casuali a basso volume prima dei concerti di altre band.
Ci sono, infine, le canzoni (Sunshower, Look Out For Me, Time Is Happening) che spaziano da una parte all’altra dei generi cari ai Turnstile. Look Out For Me, il singolone del disco, è la sintesi del disco: fintanto che il pezzo pesta e corre sulle chitarre tutto funziona. Quando i ritmi calano e ci si butta in uno pseudo ambient totalmente inutile si perde e l’ascolto diventa di fatto inutile.
La chiusura del disco è affidata a Magic Man, un pezzo che ricorda certe cose anni ’80, tipo gli Alphaville, senza infamia e senza lode.

Never Enough è, dunque, un disco che conferma i Turnstile come band eclettica e, tutto sommato, abile a farsi ascoltare un po’ da tutti, senza annoiare, data la loro capacità di spaziare da un genere all’altro, mantenendo un’ottima visione melodica d’insieme. A mancare sono, soprattutto, i mezzi tecnici: c’è troppa monotonia, i ragazzi non sanno suonare in maniera tanto sfaccettata quanto vorrebbero dare ad intendere con i richiami agli anni 80 e questo, alla lunga, fa calare le possibilità di mettere in campo soluzioni più originali. Sarà, comunque, un problema (forse) per il prossimo lavoro.