Tuktu & The Belugas Quartet – Selath Lembeh (Chiærichetti, 2026)

Selat Lembeh è un disco che mi coglie felicemente impreparato. Non vorrei dire che ormai ci stiamo abituando alle sorprese di CÆR, congrega piemontese della quale Juan Scassa si offre come emerito pusher ma il livello è anche in questo caso molto alto.
Andrea Rinaldi è un chitarrista romano che ci porta sui fondali dello stretto di Lembeh, in Indonesia, dedicando ognuno dei sette brani ad una creatura che sul fondale dà bella mostra di sé agli impavidi sommozzatori. Potremmo chiamarlo underdub, materia sonora bulbosa che negli ultimi anni ci è stata fornita su vassoi in diverse occasioni da Bill Nace a Loris Cericola. Sono sprazzi di colore in un’oscurità umida e melmosa, che ci avvolge completamente e ci richiama ad una consapevolezza. Contiamo pochissimo a questo mondo, nessuno ci fila e non siamo le creature più straordinarie. Certo, alcuni di noi sono dotati di estri, spiriti e capacità artistiche come Tuktu And The Belugas Quartet ma è prendendo in prestito immagine ed immaginario di questi prodigi che Selat Lembeh sprigiona la sua magia. Una trance subacquea dove cogliamo riferimenti tradizionali, fantascientifici, epici in una sorta di microcosmo che a tratti cattura la realtà ed in altri ne evoca lo spirito e la vita. Andrea riesce tramite filtri e sovrapposizioni a spingersi ai limiti di utilizzo e di capacità dello strumento, forgiando e forzando la chitarra in anse misteriose. Rico ed il suo Octatrack danno manforte nelle tracce pari, spingendo ancora piu a fondo fino ad arrivare al climax drammatico del disco, Eunice Aphroditois che nei suoi tre metri di lunghezza, antenne e denti affilatissimi può essere carnefice letale (è soprannominato Bobbit Worm e ci lasciamo capire il perché). Riuscire a sperimentare la paura, sul non visto e sulla pura evocazione (non siamo distanti dal walkman di Alejandro Amenabar in Tesis, con i suoni di Rinaldi a descrivere le fauci voraci del mostro) fa ben comprendere quale sia la portata di questo album. A confronto anche la Murena che serpeggia nella finale Echidna Nebulosa risulta romantica e toccante nel suo muoversi fra luci ed electronica ante litteram che richiama le follie orgiastiche che avrebbe amato un Vincent Price. Potremmo dire che Selat Lembeh rientra nella magica risma dei dischi nei quali gli animali non sono suppellettili od ispirazioni, ma vere e proprie guide spirituali e concettuali. Mettiamolo vicino ai bestiari del cuore, da Sing-A-Beast di Miriam ad Il Bestiario di Maria Monti, pensando a stare ben attenti alla prossima volta che ci immergeremo. In caso mi tocchi potrò dire di conoscere Tuktu, il Belugas Quartet ed Andrea Rinaldi, venendo in pace.