Tristan Da Cunha – Maris Stella (Boring Machines, 2026)

Partire dall’isola più remota dell’Oceano Atlantico affidandosi alla Vergine Maria, in questo caso alla Stella Maris. È questa la scelta del duo pavese Tristan da Cunha, lievitato a trio con l’inserimento di Nicolò Vara alla viola ed autore di una sterzata verso la musica classica suonata con strumenti non a lei consoni. Il viso di Maria è offuscato, quasi a simboleggiare una possibile interpretazione, un avvicinamento personale di ognuno alla propria figura di riferimento. Nulla di meglio per struggersi in una title track che colpisce al cuore per la sua lenta drammaticità, avvolgendoci come una coperta fredda in mezzo al mare. Non c’è nulla della neo-classica, nemmeno un oncia di musica contemporanea qui, ma vagonate di drammatico romanticismo che trasudano stentoree da un relitto, a sottolinearne lo sbando con dolcezza. È un vento freddo che ne muove appena le vele, sferzato dalle acidità del primo interludio, fra sibili e stridii. Se Womb ci riporta ad un grembo è buio e chi si muove al suo interno ha ancora fattezze inquietanti, fetali e misteriose, come axolotl senza colori. Poi finalmente la preghiera: l’hanno chiamata Interludio II per occultarla forse, ma non sarebbe bestemmia poterli pensare ad alzare o volumi sotto le volte di una cattedrale, forse proprio in mezzo all’oceano Atlantico, da St.Mary o St. Joseph. Chissà che possa servire in qualche modo a condividere passioni, peccato o ferite. Tristan Da Cunha sono in tre ora e chiunque abbia bazzicato la religione cristiana sa cosa voglia dire. Francesco Vara e Luca Scotti, insieme a Nicola, credo abbiano chiuso parecchi cerchi con Maris Stella: lo si percepisce dalla rotondità dei brani, dalla completezza nei silenzi, dalla bellezza che si è soliti accostare al sacro quando è quella di ogni madre, di ogni povero cristo e di ogni viandante. Di chiunque si faccia un culo tanto e riesca a commuoversi investito da queste onde sonore. Laudati siano chitarra, batteria e viola, che viaggino e perforino indifferenza e brutturia senza sperare in una risposta, guardando agli ampli e non al cielo per un feedback. Se ne vanno in un Continuum, come sono sempre stato del resto, in un movimento mai sterile e mai chiaro, nel quale conviene seguirne la rotta per non perdersi il meglio.