Tim Barnes – Noumena / Lost Words (Drag City, 2025)

Scopro solo leggendo fra le linee della pagina Bandcamp di Tim Barnes (uno dei più grandi batteristi degli ultimi 25 anni) che questi due album, pubblicati alla fine di giugno, sono i primi prodotti dal musicista dopo la diagnosi di Alzheimer ricevuta nel 2021, conduzione che ne ha limitato di molto le capacità espressive e che si sono sommate ad un quadro clinico che già non aiutava (Tim soffre della malattia di Lyme e di una malattia autoimmune). L’amico Ken (Bundy) Brown insieme alla sua famiglia decide quindi di lanciare una raccolta fondi su Bandcamp che possa sostenerne le cure, spingendo amici e collaboratori a contribuire alla causa ed a collaborare attivamente con suoni e sessioni, coordinando prima i suoni e decidendo poi con Tim di produrre due lavori separati, Noumena e Lost Words. Due dichi che finiscono per compongorsi di vicinanze ed amicizie estese, come formazioni in perenne movimento attorno ad un caro amico. Noumena è il primo disco che andiamo ad ascoltare, prende il titolo dal concetto platonico che simboleggiava tutto il non tangibile, tutto lo scibile raggiungibile soltanto con il ragionamento. I Brani sono composti con assetti e modalità molto differenti ma a colpire è l’assoluto coraggio, la libertà di suonare per amore della musica senza nessun limite imposto e con dedizione. La liste dei musicisti è quella delle grandissime occasioni ed il sentore è quello di dischi che andranno tenuti molto, molto vicini al cuore. ECM Test con Oren Ambarchi ed In the Moment con John Dieterich, Thollem e Mike Watt forse sono i picchi più appariscenti ma in ogni forma c’è la sensazione di unione e profondità. Deashi, unico momento fra Tim e Ken da soli è una vera e propria staffilata al cuore, quasi un treno d’altri tempi lanciato verso Louisville. Poi un momento di raccoglimento dell’anima insieme a Tara Jane O’Neil ed il pattugliamento dell’alba, i legni a risuonare marziali sulle pelli, Ken Brown e Britt Walford ai lati.

Dopo questa prima botta di Groove siamo pronti a calarci nel secondo lavoro ordito da Tim Barnes e Bundy K Brown, Lost Words. Ci accolgono la tromba di Rob Mazurek insieme ad un vero e proprio parterre du rois con Darin Gray, Glenn Kotche e Jim O’Rourke, virando dal jazz a voci mediorientali su tessuti più astratti, dando subito il là alla seconda scorribanda. Poi arriva il turno di David Daniell, già con gli immensi San Augustin, in una Warming Up che ipnotizza per rintocchi e frequenze. Rispetto al disco precedente Lost Words sembra aver una sceneggiatura più forte, con le tracce che ci instradano in una sorta di storia, dettata da cortocircuiti noise come il ritorno di Oren Ambarchi in Putting Socks On Centipedes (lavoro di merda se ce n’è uno) che ci ferma, quasi a darci respiro per recuperare vocaboli e fonemi che sfuggono. Poi mondi che si incrociano e sembrano cambiare soltanto per giochi di luce, su canovacci liberi ed eleganti, trovando spesso e volentieri acque rigeneranti come in Just a Suggestion, con Joshua Abrams e David Daniell. La sensazione, ascoltando questi due dischi, è quella di una scena perfettamente coesa, in grado di intendersi senza parlare ma solo muovendo polmoni e mani in un suono che è stato quello di una delle correnti più importanti degli ultimi 35 anni.