The Telescopes – Static Charge (Tapete, 2026)

Il ritorno dei The Telescopes su Tapete Records è ormai un appuntamento certo ed in qualche modo atteso: come rinunciare del resto a questo narcotico ed irresistibile supplizio? Immaginatevi dei Velvet Underground minimali, in grado di lanciare poche semplici note oltre il guado, creando canovacci per le parole di Stephen Lawrie che ci trascinano in diversi stati, luminosi od oscuri a seconda del suo stato d’animo. La sensazione è quella di essere completamente avvolti da un mondo che pur non presentando particolari sorprese ci colpisce con il medesimo effetto della prima volta. Nessuna assuefazione quindi con la band delle East Midlands, che dopo quasi quarant’anni ancora suona coerente e magnetica. Una sorta di ipnosi provocata dalle frequenza nasse e dalle nenie, con scenari che si aprono verso western magnifici in Revolutionary Blues, brano che pare riprendere i battiti del nostro cuore in una fumeria d’oppio. Il tutto suona antico, come se il disco stesse girando da anni e ce ne accorgessimo soltanto avvicinandoci all’impianto stereo. Se avessero suonato più forte probabilmente Sunn O))) ed Earth si sarebbero prostrati ai loro piedi ma avendo fatto una scelta orecchiabile e cheta riescono ad infilarsi in padiglioni insospettabili, blandendoci e stregandoci. Noi barcolliamo lieti, drogati da tanta minimale dolcezza, seguendo i suoni come i cani le campanelle di Ivan Pavlov. Se ci aggiungiamo i dieci minuti laconici di una Desolation Grows ci accorgiamo di essere vicini ad una perfezione espressiva per la quale non serve null’altro che tempo e predisposizione per viaggiare ai limiti delle nostre anime.