L’ascolto di un disco deve essere stimolante e non confortante, credo, pur chiamandosi Memoria, ed i The Glass Key ci riescono appieno. Trio con Nicola Lombardi, Andrea Giommi e Frank Byng (quest’ultimo membro formalmente aggiunto e produttore) da Londra si muovono come tartarughe andando dritti per le loro strade, che sono letteralmente infinite. Usano il post-rock, nel senso che ne evadono formalmente i confini tracciando rotte che dall’Africa vanno nello spazio e ritorno. Echi, ritmi, un sentore di trance a rapirci ma anche la sensazione di essere nel pieno controllo delle proprie azioni e poter chiudere i i propri sbocchi a piacimento. Insieme a loro amici nuovi e vecchi, che avendo chiara la strada possono solo arricchire lo scenario portando i loro atout. Un viaggio apolide in sette tracce che ne definisce unicamente l’appartenenza londinese, nel fermento di una scena affrontata sia come musicisti che come organizzatori e produttori. Questo fatto risalta dalla linea che va a sprigionarsi una traccia dopo l’altra: drum machine, batteria, basso, chitarra western e sintetizzatori in un paesaggio totalmente personale e cinematografico che si dipana sotto le nostre orecchie. I fiati sembrano gonfiare a dismisura i padiglioni auricolari, dando al suono complessivo di You Can’t Be Any Poorer Than Dead una eco enorme e solenne e vibrante, ma il mood cambia, come se ogni brano fosse una scena di un film che comprenderemo soltanto alla fine. Un film dove le azioni ed i piani temporali non si muovono in maniera piana e lineare ma sembrano portare balloons di storie, ridacchi e gonfie di dub, art rock, folk e psichedelia nel disegno complessivo. A tratti emerge del languore, una tristezza come nella chiusura di Nightmare Detective che mi ricorda solo per un’istante simili strategie in seno ai Dresda, a Genova, anni fa. Le doppia ritmica colpisce a fondo, creando piani difformi, velocità ambigue ed effetti di movimenti come originali stop motion nordafricani in Bend Sinister. La capacità di svisare in maniera del tutto ponderata e controllata da al trio una maestosità che oltrepassa il genere e lo schermo, lasciando il suono come ispiratore piuttosto che come commento, tanto che sembra quasi sterile commentare un brano piuttosto che un altro quando è l’album, l’opera ad essere forte e coinvolgente. Il muoversi in una scena come quella londinese porta poi acqua fresca al mulino, come il trio di ospiti che pennella la scaletta: gente che suona con IDLES, Thurston Moore ed Abstract Concrete e che nei The Glass Key trova coerenza, rigore e vitalità che superano la somma delle parti.
Per non smentire freschezza e sorpresa si cuciono addirittura un brano toy pop-noise appena disturbato come The Age of Reason viaggiano ormai inarrestabili. Io dal lato cinematografico sono indietro anni luce, vinto dalla comodità del divano, ma anche se loro direbbero Weerasethakul come ispirazione io ci trovo anche un po’ di Sasanatieng nell’unione di meló ed avventura che fu quel piccolo gioiello di Tears of the Black Tiger. Entrando nel buio dell’ultimo brano ci accorgiamo di come il tempo sia volato portandoci al termine di questo viaggio fantastico, del quale siamo già pronti a ripetere i saliscendi.
Ah, comunque è un debutto sulla lunga distanza, dopo l’ep che già vi presentammo quasi tre anni e mezzo fa proprio su queste pagine, ma voi lettori attenti già saprete tutto e quel che avete dimenticato lo rimarcheremo in intervista con Andrea Giommi…
The Glass Key – Memoria (Echodelick/Weird Beard , 2026)
