Parlare con Andrea Giommi, ormai amico e conoscente da anni, è sempre arricchente e stimolante. Dopo qualche anno dal suo primo approccio ad una nuova formazione lo abbiamo fatto per entrare in Memoria, il primo album lungo dei The Glass Key, terzetto con base londinese che condivide con Nicola Lombardi e Frank Byng, vero e proprio viaggio in grado di trasformare lambendoli i propri orizzonti. Sono stati minuti preziosi spesi in libertà e ci perdonerete se ci siamo dilungati un pochino, ma vi prometto che sarete ripagati all’ascolto dell’album!
Ciao Andrea, come stai? In primis vorrei iniziare con una domanda che forse non sembrerà centrare nulla ma che però…ascoltando il disco, pensando al mondo musicale mi è balzato in mente che lo scorso anno sono tornati i Tortoise. Tu te li ascolti? Come li trovi?
Eh, li amo moltissimo! In verità come il come spesso mi capita con molte band ho una conoscenza abbastanza parziale della loro discografia, più che altro Millions Now Living…
Vabbè, un caposaldo!
Meravigliosi devo dire. Anche quello scoperto un po’ in ritardo perché quando erano usciti io ero più sul lato noise muscolare piuttosto che sul post-rock e quindi li trovavo un po’ leziosi ma col tempo li ho capiti. Però direi che tutto quel modo di suonare, al di là dei Tortoise, è certamente una grande influenza: parlo di David Grubbs, dei Gastr del Sol, parlo di Jim O’Rourke e delle sue produzioni per gli Stereolab e Wilco. Tutta quella roba lì mi piace tantissimo e credo di poter dire anche a Nicola, e quindi sì. Secondo me questo aspetto brumoso ma anche elegante che si trova nei Tortoise nei the Glass Key c’è anche perché Frank, il nostro batterista che suona negli Snorkel ed in This Is Not This Heat come secondo batterista è anche lui molto in questo suono, nella questione groove, jam, con lunghe cavalcate eccetera.
Infatti ascoltando riflettevo su come questi suoni non siano né attuali né passatisti ma ci sia una modalità ed una libertà di suono che risulta sempre bellissima da sentire ed è il segno di una scuola ancora in salute.
Sì, poi secondo me qui a Londra è anche un altro tipo di contaminazione che porta a risultati più o meno simili. Qua c’è una bella scena jazz ed è molto facile parlando di musica (non lo faccio con molti ma con Frank sì) che lui abbia gusti che vadano molto dentro il funk ed il dub (è stato anche il batterista di Barry Adamson ed è in questa scena dub, reggae e caraibica londinese) ed anche questa è una contaminazione. Il disco suona anche così perché è stato registrato nel suo studio con i suoi microfoni ed i suoi synth e quindi ha quell’imprinting del Sud di Londra. Sopra ci sono le cose più pop e post che facciamo io e Nicola più o meno!
Ci sta! Un’altra cosa, riflettendo e pensando al tuo percorso ed a quello di Nicola, trovandovi a Londra. Mi sembrate apolidi, il vostro suono non è legato al vostro territorio od alla vostra storia. Forse adesso più a Londra, che è un eterno crogiolo, ma prima non lo è mai stato…
Sì, effettivamente se penso alle cose che faccio qua che sono Sons of Viljems, the Glass Key, Laura Loriga, Shama Rahman, sono tutti suoni piuttosto diversi da quello che facevo.
Che già non era un suono legato al territorio, ma distaccato ed in grado di suonare con la medesima intensità da qualsiasi parte (come mi è capitato di notare vedendo per esempio il documentario sugli Uzeda).
Sì…beh, io trovo sempre che lo stile di un musicista combaci con il limite, che sia un limite, non il limite. I musicisti suonano riconoscibili perché quello è quello che sanno fare, ecco. Quindi io penso che ci sia un filo conduttore fra le cose che ho fatto, prima che con lo stile credo ci siano proprio delle cose che tornano. Con Edible Woman ci piaceva fare un sacco di finali: la canzone AB BC e poi questi lunghissimi finali e secondo me sul disco di The Glass Key, specialmente nella prima traccia e nell’ultima, Memoria e Band Sinister c’è proprio questa cosa qua, questa cosa del pezzo che non vuole finire, del pezzo che si alterna e rimane. Evidentemente è una struttura che in me ritorna ed invece per quanto riguarda il come suona per me è tutto molto strano perché io, di fatto, fatico a trovare la definizione del mio limite: potrei dire post-rocker. Però l’etichetta su cui stiamo è principalmente di rock’n’roll psichedelico.
Che già post-rock era difficilmente connotabile come stile!
La cosa che mi ha incuriosito di questo disco è che siamo finiti su Weird Beard Records senza suonare come le loro band. È come se tre musicisti che vogliano fare cosa diverse messe insieme finissero ad essere papabili per un’etichetta di psychedelic rock, che era inaspettato! Ci aveva visto dal vivo, quando il disco era lento glie l’ho mandato immaginando non gli sarebbe piaciuto ed invece mi ha risposto con un pollice su, andiamo!
Vero che la psichedelia fondamentalmente è l’uscita dall’ordinario quindi qualsiasi cosa che esuli dal canone potrebbe essere ben accetta!
Vero anche questo!
Può essere un valore credo essere il ramo differente dell’etichetta perché si va oltre allo stile ed al genere, probabilmente c’è qualcosa che vi unisce in maniera più profonda.
Sì, secondo me è anche interessante vedere come la gente percepisce questa musica qui. Di fatto noi suoniamo con la batteria elettronica sempre a cannone (nel disco è mixata allo stesso livello della batteria e quindi si percepisce fino ad un certo punto), batteria e basso, quindi ha un imprinting molto ritmico, quasi dubboso a volte, quasi drum and bass, mentre sopra la chitarra fa riff, melodie e conduce il pezzo insomma. Però come l’amalgama di queste cose venga percepito per me è sempre nuovo e mi arrivano dei feedback molto diversi. La definizione che ha dato la persona che si è occupata del mastering del disco (che era un membro dei Monster Magnet, John McBain) è art-rock suonato con la batteria di Tony Allen: secondo me potrebbe funzionare come descrizione!
Grandi i Monster Magnet, un pezzo di passato che riemerge!
Sì, lot veramente un passato che riemerge, molti dei musicisti che suonano sul disco viaggiano tra passato e futuro perché Colin Webster che ha suonato il sassofono su un paio di tracce suona dal vivo con gli IDLES quind è molto contemporaneo mentre Jem Dalton che ha suonato la marimba è il batterista della Thurston Moore Band mentre Agathe che suona il violino suona con gli Abstract Concrete!
Mi ha colpito l’unione fra titolo e copertina del disco: il velivolo in copertina sembra una sorta di simulacro vuoto. Cos’è la memoria allora? Una sorta di scatola nera?
Allora…ci hai preso benissimo. L’idea grafica è nata da una collaborazione, nel senso che il grafico che si occupa di tutte le cose che faccio qui (compresa la promozione dei concerti come Mirror Tv, le copertine, poster, magliette, tutto il design) è il mio grande amico e collaboratore Peter Ottosson di Fang Bomb Records e quindi lui è uscito con questa idea dell’aereo. Il titolo Memora invece è più un omaggio ad un film di Apichatpong Weerasethakul che è uscito quattro o cinque anni fa, Memoria con Tilda Swinton, per me un capolavoro, un film veramente incredibile che amiamo moltissimo quindi c’è un tributo. Anche molti dei titoli delle canzoni sono riferimenti cinematografici, Nightmare Detective è un film di Shin’ya Tsukamoto. Non c’è una decisione quanto il reagire ad un lavoro grafico ricevuto ma anche secondo me quell’immagine con quel titolo hanno un modo di stare insieme e di dialogare che funziona. È piaciuta anche a me molto la commistione delle due ecco.
Sul disco, ne hai citati già diversi, ci sono parecchi ospiti, mentre Frank è ormai un membro a tutti gli effetti del progetto. A livello di composizione e produzione come siete riusciti a far quadrare Memoria? Avete lavorato con Frank in studio, corretto?
Sì, sì. Praticamente la scrittura del disco come temi e melodie è almeno al 70% di Nicola. Anche perché è quasi naturale in una band suddividersi un po’ i compiti: io sono quello che tiene un po’ i contatti con etichette, booking e quant’altro, Frank si occupa molto della questione suono e produzione e quindi senza sederci a tavolino è andata così. Nicola ha preso il controllo di quella che era la scrittura ed i pezzi poi li abbiamo provati in sala prove e li abbiamo suonati dal vivo, in realtà sono brani che suoniamo dal vivo on & on da un annetto e mezzo. Quindi se devo pensare a come sono nati sai che non ricordo bene? Credo l’idea fosse quella di partire da un beat di batteria elettronica con un synth mettendoci poi sopra una chitarra; una volta ottenuta quella parte si aggiunge la batteria. Frank è un batterista che suona con l’elettronica in maniera perfetta, che è una cosa abbastanza rara, quindi non si è spaventato ad avere una drum machine che gli dettasse il tempo anzi, è sempre incredibilmente sul tempo, emozionante, solido.
Beh, fondamentale per il vostro suono! Per i contributi esterni invece? È una questione di colore, di una visione vostra sul suono che potevano portare?
Per me personalmente è, anzi è la natura più londinese del disco, che amo collaborare: sono circondato da gente che vive per la musica e che fa musica bella e quindi sento sempre che passare un paio d’ore in studio con loro possa portare qualcosa che non ci era venuto in mente molto semplicemente. Poi per fortuna sono grandi amici, Jem ed Agate soprattutto ed è anche naturale; con Agathe ed il suo violino abbiamo già suonato anche dal vivo e la cosa era abbastanza naturale. Per Jem invece in particolare per la traccia Clockwork Sun volevamo darle una stratificazione alla Steve Reich, avevamo già un loop di chitarra elettrica sotto che da questa ripetitività e pensavamo ci stesse molto bene qualcos’altro di ritmico sopra ed è andata molto bene! Abbiamo registrato nella stanza da cui ti parlo, qui in casa mia con dei microfoni panoramici, premendo questa marimba dallo studio di Marta Salogni e registrando qui.
Uno dei pezzi che mi ha colpito in maniera importante è Nightmare Detective. Mi sembra una sorta di flashback più che un incubo o forse entrambi. C’è qualcosa che succede, che viene raccontato e che si rievoca ma non riesco a capire se siate voi a viverlo o se lo stiate solo raccontando. Che cos’è per voi questo brano?
Questa è secondo me la canzone più bella del disco, cono d’accordo con te! È un brano molto scritto da Nicola, ha scritto l’arpeggio iniziale e finale ed in mezzo invece abbiamo collaborato tutti. C’è una drum machine, c’è una batteria processata con un delta in studio, poi ci sono quei giri di basso e synth suonati da Frank (anche se sono il bassista) e quindi è una specie di viaggio noir od almeno a me dà quelle sensazioni lì. Di qualcosa di notturno con un inizio ed una fine che sono parti di quiete ed una parte in mezzo che è puro deliro. Mi piace tantissimo, l’intenzione, la velocità del pezzo, la profondità dei bassi, le parti di chitarra. Second me come dicevo è il pezzo migliore ed infatti è anche uno di quelli che ci piace di più suonare dal vivo, anche se live ha una presa più sparata, con meno dettaglio e più grinta diciamo!
L’idea del disco: per voi l’album ha una architettura ed un concept oppure è solo il riassunto di un periodo? Come lo avete elaborato?
Per me personalmente (è una domanda che dovremmo ovviamente fare anche agli altri) è stato un processo che ha portato da un progetto quasi solista ad una band di fatto. È un progetto che vorrei succedesse più spesso, è pieno di artisti solisti in giro mette le band sono sempre di meno, per un discorso penso di costi, anche di stili di vita, di come ci percepiamo come esseri umani insomma. Invece questo è nato cinque o sei anni fa andando in un altro studio a Londra per fare delle tracce da solo, che poi sono diventate due delle tracce che finirono sul primo ep. È cominciata come una cosa sola, poi siamo diventati un duo con Nicola (che pian piano ha contributo con la scrittura diventandone la penna principale) per poi andare in studio con Frank, all’inizio con l’idea di lavorarci solo come fonico, poi abbiamo iniziato a mettere una percussione lì, un’altra qui, una parte di batteria qui ed alla fine ci siamo uniti. Se devo dare una giustificazione morale al disco direi che è un passaggio verso una collettività che è una cosa alla quale io tengo moltissimo. Credo che da questo punto di vista siano tempi difficili in questo senso.
Vero, parlavo con Toni di Mai Mai Mai recentemente…
Ah?
E lui mi raccontava che il desidero è l’idea è spesso stato quello della band ma cn è la vita spesso ci si mette di mezzo: le priorità, il lavoro, diventa difficile equilibrare le priorità di tutti ed è partito come progetto in solo perché è più spendibile in sostanza…la dinamica da band è comunque un’altra cosa. Anche perché ascoltando un sacco di dischi spesso ci sono i progetti in cui comunque ci sono più persone a suonare ma il progetto è solista (mi vengono in mente Silent Carnival e Giuda Mio Fratello così su due piedi). Anche come songwriter se gli strumentisti sono fissi alla fine credo sia più arricchente spendersi come band invece che come allargamento del singolo, no?
Sì, beh, io sono un grandissimo fan…nel senso, voglio che la musica sia il risultato dell’apporto di tutti ecco. Di tutti quelli che ci lavorano perché io non penso alla musica come fa Frank, non saprei arrangiare le parti di batteria come fa lui, ancora di più coi Sons of Viljems dove Nejc è un musicista completamente diverso da me e le cose che fa mi sorprendono tantissimo sempre e le cose che faccio io sorprendono lui. Quella è la cosa bella altrimenti ci si chiude un po’ in se stessi. Poi è anche vero che ci sono persone che hanno un ventaglio molto ampio di soluzioni e di conoscenze però, ripeto, gli artisti sono riconoscibili perché più o meno sanno fare quelle che sanno fare. Perciò se vogliono espandersi collaborare è la cosa migliore. Anche con Mirror Tv qui a Londra dove mettiamo su concerti mi capita di avere a che fare con musicisti ben più giovani di me, tra i 22 ed i 28 anni. Il primo consiglio che gli do è di mettersi insieme e di creare dei collettivi facendo musica insieme e vedrete che tutto migliorerà perché anche solo banalmente se hai una grande cantante che ha un’amica arpista ed un altro che suona il synth sentiti separatamente magari sono bravi ma insieme possono dare molto di più. Da un altro punto di vista the Glass Key è una band vecchio stampo, prove lunghe e tante. Suonare regolarmente e molto.
Chiaro! È impegnativo ma il risultato poi si sente tutto…l’idea del contributo di tutti è quella che anch’io preferisco.
Io spero che si senta perché le collaborazioni, il suonare insieme è anche un dialogare, un lasciare spazio all’altro, è molto di più!
Ascoltando il disco in diversi brani ho trovato un’atmosfera rituale, cerimoniale ed espansa. L’idea del viaggio, della ripetizione, dell’andare altrove con la musica è un tema che sentite vostro o è un trio degli ascoltatori? Soprattutto con la presenza ritmica spesso si percepisce il viaggio.
Beh, sì…non so se ci ho pensato o se ci penso in maniera conscia però effettivamente se pensi solo alle prime tre tracce sono tutte sopra ai sei minuti, hanno questo modificarsi su un beat sempre uguale a livello di ripetizione. È anche un omaggio a tutto ciò che ci piace, il kraut-rock è la migliore musica mai fatta: quando senti i CAN beh!
Non serve altro, chiaro!
Quindi c’è un’idea di ripetizione assolutamente anzi, io sono talmente ignorante che per me potrebbe esserci anche solo ripetizione! Però secondo me come scrive Nicola ha una natura più diegetica: tende..tende a raccontare! È molto vero quello che dici, è un racconto, una professione di musica che ci guida.
Sorprendentemente ho trovato una parte pop: Clockwork Orange è quasi pop e mi sono chiesto, visto che portate quale sti brani live già da un po’, come reagisce il pubblico? Balla?
Sì, sì, sì! Soprattutto con il secondo pezzo, You Can’t Be Any Poorer Than Dead, che ha un bpm a 150, quindi molto veloce capita che la gente lì si metta a ballare! Un poco o anche su A Clockwork Sun perché dal vivo non ha la chitarra acustica ma elettrica e la drum machine è più in primo piano, quindi ha un bel beat! Diciamo che è un concerto molto dinamico da quel punto di vista. Tutto tende a diventare più ballerino dal vivo, anche un pezzo come The Age Of Reason che è quello più Jim O’Rourke / post-rock del disco dal vivo lo stesso prende spesso una natura piuttosto ballerina!
Fico! Mi intriga, spero di riuscire prima o poi a vedervi!
Eh, speriamo, ora dobbiamo suonare a Cesena, Roma, Fano, poi abbiamo il release party del disco a Londra, poi andremo a Birmingham. So per certo che abbiamo moltissimi ordini dall’Olanda quindi proveremo ad andarci a suonare.
Cazzarola, dovevate lanciarvi al Roadburn!
Eh, adesso che il disco sarà fuori speriamo che la gente ne parli di certo Roadburn e Fuzz Club sarebbe bello entrarci. Anche perché ti dico, ci sono progetti più umorali, progetti che hanno bisogno una certa condizione, The Glass Key da quel punto di vista è una macchina, è proprio un live old school, è proprio una forza dal vivo. Stiamo facendo molte prove a destra o sinistra come pazzi ed in un paio di settimane lo porteremo dal vivo e siamo veramente contenti!
Cosa bizzarra: ho preparato le domande ascoltando per la prima volta il disco e poco prima che partisse The Age of Resaon mi chiedevo se la voce fosse una variabile interessante per voi, sentendola poi partire. Come vedete questo innesto è di apporto in un progetto come il vostro?
Io sono un grandissimo appassionato di musica ‘60 italiana, di colonne sonore eccetera, quindi quel tipo di voci corali, un pom morriconiane ci sono sia su You Can’t Be Any Poorer Than Dead che su Nightmare Detective e quindi pensavo inizialmente a quello come uniche presenze vocali nel disco. Anche sul disco di Sons of Viljems in Litospheric Melodies abbiamo aggiunto diverse voci femminili a fare cori e contro cori, diciamo anche lì un arrangiamento vocale ma con un ‘idea strumentale ed anche con The Glass Key lo stesso anche se poi è uscito quel brano lì, The Age of Reason che non so se te ne sia accorto ma ha un po’ un incedere alla Women of the World di Jim O’Rourke e quindi mi è venuto in mente lo stesso una frase da ripetere e cercando di dargli un tocco da pop cameristico quasi c’è questo stratificarsi di voci, se non mi sbaglio sono addirittura quattro a cantare quella frase di cui una delle quattro voci è la figlia di Frank, quindi abbiamo ufficialmente una cantante di dodici anni!
Le altre tre di chi sono quindi?
Io, Nicola e Frank! Nicola suonava come Unyuni, tra l’altro a Cesena suoneremo per i ragazzi di Tafuzzy coi quali lui collaborava e ne siamo felicissimi! Lui ha una voce bellissima e quindi la cantano insieme: lui e Frank sono anche intonati quindi sono riusciti a dare una sorta di intonazione anche a me!
Dai, non canti male comunque, per quel che mi ricordo…
Sì, faccio il minimo indispensabile per non sbagliare diciamo!
Anche vero che è più facile per me cantare suonando chitarra o basso mentre qui col synth è abbastanza complicato comunque però il pezzo è bello ed è anche una parte dal vivo dove ci si calma dal vivo, dove si respira e mi piace anche quel brano lì. Anche lì abbiamo fatto tutta una coda di percussioni di marimba, quindi ha un arrangiamento quasi alla Stereolab!
Vero, ora che me lo dici c’è qualcosa!
Io avevo un’altra domanda alla quale praticamente mi hai già risposto che era che musica suonano i The Glass Key. Prendi come buona art-rock con un tocco di Tony Allen quindi?
Direi di sì, possiamo dire anche che è un incrocio fra techno, psychedelic rock ed afrobeat, qualcosa del genere!
Ottimo, ci sta anche perché, pur non essendo necessario capire che tipo di musica sia credo possa essere utile. Io orma ti conosco da anni e conosco il tuo percorso però immagine l’ascoltatore medio che è legato piuttosto all’etichetta e si trova il vostro dico in mano potrebbe essere un pochino disorientato…
Sì, non è immediata come cosa! Abbiamo fatto un’intervista con un appassionato di musica inglese che vive a New York e lavora per questa radio americana e mi diceva che per esempio Remain in Lights dei Talking Heads è uno dei suoi dischi preferiti ed ha sentito molto di quel suono in quello che sono gli arrangiamenti ritmici del disco. Mi sento anch’io di sottoscrivere questa cosa, facendolo mi ero accorto di questa ricchezza ritmica tra la batteria acustica, le percussioni africane e metalliche che Frank ha in studio quindi c’è una ricchezza ed il fatto che due persone senza mai aver parlato abbiano pensato ad uno specifico disco è un segnale.
Senza che poi l’ascolto sia complicato: non è un dico ne difficile né elitario, va via molto bene, è difficile da catalogare ma ha un ascolto molto facile!
Ti ringrazio, veramente! Credo che questa musica, con qualche arrangiamento in più diventerebbe facilmente prog e sono contento si sia fermata prima. Più ludica, più immediata, più forma canzone ecco.
Non c’è eccessività, sbrodolamento. Avete un bel tiro, siete serrati a livello ritmico e di ambientazione, mi è piaciuto molto!
Grazie, te ne manderò una copia non appena saremo in Italia suonare, aprirò da lì i dischi per Italia ed Europa perché da qui è un incubo! Sto spedendo ora un disco ad It’s Psychedelic Baby Magazine ed è stato lui espressamente a dirmi di non spedirglielo dall’inghilterra perché è un disastro, così lo sto inviando ai miei in Italia perché possano spedirlo in Slovenia. Tutto bloccato in dogana, è sembra un macello.
Non me lo dire, stando in Svizzera è dose ancora peggio! Comunque una copia del disco farebbe veramente piacere…trovo che ultimamente siano usciti dei dischi molto interessanti e fuori dal tracciato in Italia: non so se ti sia capitato di ascoltare il disco degli Essaira, loro sono formidabili!
No, non li conosco, mandami un link!
Stupendi, sembra ripartano dall’inizio degli anni ‘80, quando si poteva mischiare funk, rap ed industrial ed è un disco spettacolare. Comprato in LP quindi con la maledetta spedizione ma credo ci siano traiettorie intriganti anche in questo periodo…
Ottimo! Io non so, mi accorgo che la mia musica si è molto londrizzata, principalmente deriva dalle serate che faccio ed anche dalle band con cui mi trovo a che fare. In un certo senso è diventato tutto più piccolo perché è tutto di qua ma è anche vero che qui c’è così tanta musica che tutto si riverbera. Poi comunque penso che il futuro sia delle scene, dei posti fisici, pian piano dovremo riuscire a spostarci dal mondo digitale che è tutta merda e quindi secondo me diventeranno sempre più importanti contatti umani, fisici e collaborazioni in uno spazio determinato. Ecco, la vivo così a Londra, so che è un modo paradossalmente provinciale ma altrimenti se non c’è questo senso di comunità secondo me molto musicisti si sentono oppressi dal dover creare costantemente contenuti online ed in più anche questo senso di paragone generale, i numeri di streaming, i numeri di copie, i numeri di persone ai concerti, questa carneficina sociale cui ci esponiamo…
Concordo abbastanza! Quel che ascolto adesso è quel che mi mandano come stampa ma la cosa bella è che filtrando in entrata scrivendo alla fine mi rimane il succo bello: i dischi li acquisto a fine anno e mi prendo quelli che mi hanno lasciato qualcosa. Spesso mi accorgo di come sia la continuità del lavoro fatto bene dall’etichetta o da quelle persone fidate che creano la scena l’importante, creando una fiducia d’ascolto ed una continuità.
Sono diventato una powerhouse da solo: faccio troppo ma faccio quel lavoro lì. Quando ho un’uscita aiuto l’etichetta a promuovere, soprattutto con Mirror Tv abbiamo iniziato a far concerti qua ed in dieci mesi abbiamo fatto Mamuthones, Lætitia Sadier, Abstract Concrete, Sly and the Family Drone, Alessandro Asso Stefana insieme ad una violoncellista estone. Ci stiamo prendendo cura della scena cercando di portare la gente nei locali ed è bello, molto bello. Hai ragione quando dici che ci vuole una dedizione quasi religiosa per creare qualcosa di veramente sostenibile, perché io voglio che tutti siano contenti. Sia che si sentano rappresentati dalla musica, sia che abbiano buone esperienze, quindi cerco di trattare tutti in maniera più umana possibile, in senso di comunità. Se questo si potrà tradurre in qualcosa che avrà successo non lo so però secondo me è una domanda che non dobbiamo più porci spesso. Gli ultimi quindici anni sono stati un po’…capitalisti!
Questa forma, questa idea…tu pubblichi quasi da una ventina d’anni…
Sì, il primo album di Edible Woman è del 2004 quindi 22 anni…
…ed in questo periodo cambiano priorità e persone, energie e focus su come bisogna lavorare ed in che direzione andare. In che punto ti senti del tuo percorso attualmente?
Buona domanda! Dunque, sento che i primi dieci anni dove fai un lavoro come questo ti servono ad inanellare una serie di errori. Probabilmente dal punto di vista della forza e della musica che fai sono forse gli anni migliori perché le idee fluiscono. Noi se penso a quel che abbiamo fatto in quegli anni penso che abbiamo fatto dell’ottima musica, abbiamo fatto dei bei tour ma abbiamo registrato troppo, avevamo la foga di far uscire un sacco di musica ed ora centellino molto di più, dando possibilità alla musica di sedersi. Un’altra cosa che secondo me cambia, purtroppo, è che quando si è giovani non si hanno soldi e questo è un grande problema perché quando si ha qualche soldo puoi fare qualche scelta più ambiziosa ed oltre ai soldi la cosa che manca è un po’ la pazienza per capire come la macchina funzioni. Da ragazzo avevo rapporti con le etichette che erano di insoddisfazione, adesso sono rapporti di collaborazione e se devo dire come mi vedo da qui in avanti, tanto ormai ero venuto a Londra per smettere di suonare ma ho già capito che non ce la farò.
Ah ok, non la sapevo questa cosa!
Sì, sì, sì, son venuto qui con la mia compagna con l’idea di un po’ chiudere: in Italia stava arrivando tutto il pop italiano, anche dalla scena indie e non mi rappresentava più. Basta, vado a Londra e faccio i soldi, quando poi in neanche un anno già suonavo come Emerald Leaves. La mia idea comunque adesso è quella di passare lo scettro, lavorando sempre di più per altri. Mettere su le serate non è semplice però devo dirti che sia che stia promuovendo una serata dove suono o non suono le cose stanno diventando uguali quindi sto facendo spazio ad un’idea di comunità appunto. Poi, cosa nuova che non mi era mai capitata ho dei consigli per i musicisti più giovani e pur vendono come loro coetaneo sono giustamente percepiti come più anziano, quindi si chiacchiera in quest’ottica.
A fine gennaio sono saliti a Londra The Wistling Heads, nostri compagni di etichetta su Disaster by Choices, quartetto siciliano e con loro abbiam fatto un fine settimana. Hanno fatto due concerti, uno insieme a Sons of Viljems e poi abbiamo fatto una giornata in studio da Frank dove abbiamo riarrangiato un loro pezzo, quindi sia in quel caso sia con (hon) che collabora con me a Mirror Tv ed ha 26 anni c’è quest’idea di abbracciar pulsioni che arrivino da altri. È possibile che fra qualche anno io non suoni più e faccia semplicemente questo, non lo soC vedremo!
Beh, a questo punto data la tua esperienza e la tua visione buttaci un paio di nomi giovani!
Ehm, Ramilda, sicuramente troverai roba online anche se non so quanto abbia pubblicato. Ha aperto per Alessandro Asso Stefana a Londra ed è molto brava, è una violoncellista estone. Poi roba nuova che sta arrivando e per la quale lavoreremo a dei concerti the DNA Test dove suona Jem Dalton insieme ad uno degli Snap Ankles, che faranno il loro primo concerto con noi ma è meraviglioso, una roba indescrivibile fra world music post-punk dancey matta, credo pubblicheranno cose a breve. Un’altra cosa con la quale collaboreremo e che mi piace molto, e che usciranno ad ottobre sono sempre Jem alla batteria con Will Glaser che è il batterista di mille progetti ed Al Bonney a fare le cose elettroniche, Al è produttore di dischi jazz. Si chiamano Pump Pump e sono veramente belli, li ho visti al Cafe Oto dieci giorni fa e sono bravissimi!
Grazie mille di tutto Andrea, sul serio!!!
Grazie mille a voi Vasco,

