Teho Teardo – Teho Teardo Play Twin Peaks And Other Infinitives (Audioglobe, 2025)

Teho Teardo torna con un disco complesso, multistrato, in grado di fornirci più livelli di comprensione sulla sua musica e sulle storie che essa veicola. Una musica che rapisce di primo acchito grazie alla voce bianca meravigliosa di Vito Bondanese, cantante di soli nove anni che sembra portare Angelo Badalamenti e David Lynch in un alveo sacro ed illuminante. Il pianoforte di Stefano Bollani è un colpo al cuore e riesce a dare da subito al disco una marcia decisa verso l’emozione. Disco che fin dal titolo è più che esplicito nel ricercare gli infiniti, quei verbi che possano essere declinati per affrontare il momento complesso che stiamo vivendo. L’arte ed il simbolo che salva dalle barbarie, come ricordo bene mi dissero François Cambuzat e Gianna Greco di Putan Club in uno degli scambi verbali che ebbi con loro. Del titolo dicevamo, in grado di lasciare sulla pagina un omaggio (forse involontario?) ad uno dei dischi che più mi hanno fatto capire come scardinare un genere, per poi giocarci e ricostruirlo sulle sue stesse ceneri (era il rock’n’roll dei Royal Trux nel 1990). Qui è diverso, qui si celebra la bellezza e l’emozione in una sorta di tributo, con musica che trascende stili, forme e conoscenza. Credo lessi in qualche pagina di David Byrne che per comprendere alcune correnti, stili ed espressioni musicali occorra conoscere come queste nascano, soprattutto nelle loro espressioni più radicali ed estreme, riuscendo così a contestualizzarle. In questo disco invece Teho sembra andare in direzione opposta, lasciandoci alla mercé di una bellezza che spezza i cuori pur ignorandone la genesi, ipotizzando che chi non sia mai arrivato a Badalamenti, Lynch, Purcell, Bach e Strozzi non possa comunque resistere a certe luci. Luci ed ombre di un disco che è un colpo sui nervi, a scatenare mappe mentali, emozioni e ricordi, personaggi e situazioni. Brani che ci accompagnano fino alla drammaticità de L’insonnia delle rondini con la voce di Keeley Forsyth a trasportarci direttamente nei boschi notturni dove Teardo, fra Italia e Slovenia, si lascia sorprendere dai suoni che fluttuano nell’aria. Oppure agli archi, in una The Ghost of Piacenza che è puro cinema per le orecchie e che dimostra la grandezza di Teho in quanto direttore di suoni. Sono le illusioni finali a rimanerci, lasciate alle parole di Abel Ferrara ed ai suoni del Paradiso di Dante, ed al verso degli uccelli, ed alla musica che scompare. Nel silenzio assordante, teniamo questi infiniti come punti cardinali e ripartiamo.